Recensioni

I New Pornographers non avevano mai fatto trascorrere quattro anni tra due lavori, ma come si suol dire tanta attesa è stata ampiamente ripagata. Così, se Togheter aveva festeggiato i dieci anni di attività del combo canadese con un’apoteosi del loro stile, questo Brill Bruisers – sesto disco a loro nome – rilancia la proposta con lievi correzioni di rotta. Tredici i pezzi perlopiù firmati – come al solito – da Carl Newman, all’insegna di un mood entusiasta e impetuoso attraversato da venuzze agrodolci, con l’evidente intenzione di testare il magnetismo del pop-rock a tavoletta.
Rispetto al passato il baricentro è sensibilmente più vicino all’AOR degli 80s, una sorta di power pop ai tempi della musica sintetica, dove l’elettricità e l’elettronica cospirano un carosello energico e stuzzicante, senza scordare – anzi in un certo senso sublimandole – inquietudini e malinconie. Questi ultimi aspetti sono più evidenti nei pezzi interpretati dalla al solito mesmerica Neko Case (sentitevi Champions Of Red Wine e la tesa Another Drug Deal Of The Heart) e in quelli firmati Daniel Bejar (la tristezza sorniona di Spidyr – rilettura della vecchia Spider – a base di armonica ruspante e synth cosmici, la ruvidità indolenzita di Born With A Sound – con Lightning Dust e Amber Webber dei Black Mountain ai cori – e l’impeto dolciastro di War On The East Coast).
Al resto pensa Newman dicevamo, con una serie di gioiosi uppercut sonori a base di molecole Roxy Music (Wide Eyes, You Tell Me Where) e XTC (lo zampillio zuccheroso della title track, il languore ipercromatico di Hi-Rise), mentre con Backstairs la synth-wave riesce a stare deliziosamente in bilico tra verve androide e detriti visionari. Oltre la festa power-pop, c’è insomma una strategia che costeggia ambizioni arty senza perderci in tasso adrenalinico (vedi su tutte Fantasy Fools), ed è proprio questo il cuore della faccenda. Certo, c’è molto mestiere, è come un algoritmo per l’intrattenimento canzonettistico che non vuole saperne di bloccarsi, ma ad alimentarlo c’è la giusta dose di fattore umano, col relativo carico di implicazioni e benedetta complessità.
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