Recensioni

Day of the Dead doveva partire come un tributo ai Grateful Dead di una decina di tracce, il cui ricavato sarebbe stato devoluto alla charity contro l’HIV, Red Hot Organization. I fratelli Aaron e Bryce Dessner dei The National invece hanno fatto esplodere il progetto in un cofanetto di cinque CD e di più di cinque ore di musica che coinvolge la crema poshy del rock/indie americano (unici musicisti inglesi coinvolti sono i Mumford and Sons) e che propone 59 cover dei Grateful Dead. L’operazione – a prescindere dal fine umanitario – riflette la passione dei due fratelli per la band di Garcia, ma coinvolge musicisti contemporanei che dei Dead filtrano la parte più melodica, ritmica e orecchiabile/pop (se di pop si può parlare). Non aspettatevi quindi gli assoli di mezz’ora che caratterizzavano i live dei californiani: qui siamo su coordinate più addomesticate per l’orecchio contemporaneo.
Non che questo stoni, anzi. La lettura molteplice e sfaccettata degli standard deadiani è fruttuosa, perché rivela le anime composite dell’eredità musicale del gruppo: la musicalità rock/country (Kurt Vile con J Mascis, Lucinda Williams, The Lone Bellow, Daniel Rossen e Christopher Bear dei Grizzly Bear, This Is the Kit, The Walkmen), il blues scarno e desertico (Bill Callahan, Bruce Hornsby, The Tallest Man on Earth, Sam Amidon, lo stupendo pianoforte solo di Bonnie “Prince” Billy in If I Had the World to Give), ma anche le trasformazioni più vicine a noi, come l’ottima visione psichedelico-kraut-elettronica di Tim Hecker (Transitive Refraction Axis for John Oswald) o la pulitissima cover synth pop Ottanta di Touch of Grey dei The War on Drugs. Altre peculiarità sono l’inserimento dei suoni world dell’Orchestra Baobab, le improvvisazioni black dei Marijuana Deathsquads, i cori e le visioni lunari degli s t a r g a z e (What’s Become of the Baby) o l’improvvisazione al pianoforte del jazzista Vijay Iyer su King Solomon’s Marbles.
I padroni di casa suonano più di una cover e si confermano in forma smagliante: Peggy-O è il classico brano che calza alla perfezione alla voce baritonale di Matt Berninger, Morning Dew è il blues con le chitarre in eco da viaggio, la lunga suite orchestrale su Terrapin Station e il live con Bob Weir (uno dei fondatori dei Dead) su I Know You Rider sono pura essenza americana e quadratura del cerchio. Altri VIP che non sfigurano sono i Flaming Lips con una Dark Star in visione acida e pomposa quanto basta, e Cass McCombs sullo stesso pezzo che si attiene alle atmosfere d’antan e viaggia su binari in diretta cosmica. Per finire anche gli Wilco onorati della presenza di Weir in una St. Stephen memorabile, l’ottima collaborazione di Richard Reed Parry degli Arcade Fire con Garth Hudson (The Band) in Brokedown Palace e un deciso Lee Ranaldo con Tunde Adebimpe dei TV on the Radio in Playing in the Band.
Cinque dischi che furbescamente riattualizzano i suoni dei Sessanta con il meglio della scena americana contemporanea, passando da brani godibilissimi a (purtroppo poche) sperimentazioni più interessanti, se non altro per la destrutturazione degli originali. Negli anni Zero non ci si può più permettere di stare ad ascoltare per ore un assolo, il tempo manca, la musica punta all’intensità dell’attimo. Questo probabilmente il messaggio che i Dead non avrebbero apprezzato, ma si sa, accontentare tutti non è facile e non è nemmeno richiesto. La compilation raggiunge un buon compromesso che farà più felici i rocker tradizionalisti, e in parte anche gli amanti della sperimentazione. L’alternanza di pop, rock, visioni e meditazioni viene costruita a puntino nella successione dei brani, e quindi il progetto si lascia ascoltare dall’inizio alla fine senza mai calare di professionalità, anche se dedicare al disco cinque ore di ascolto attento è letteralmente impossibile.
Da lasciare scorrere in viaggio, per poi magari andare a ripescare gli originali, che per il pubblico americano sono immediatamente riconoscibili, data la pervasività della lezione deadiana, mentre per gli ascoltatori casuali europei potrebbero essere ancora da scoprire. Anche per questo il cofanetto merita attenzione, se non altro per averci fatto riprendere in mano quei vecchi vinili impolverati che non ascoltavamo da secoli.
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