Recensioni

Arriva finalmente il momento del debutto sulla lunga distanza per questo quintetto da Sheffield, che da un paio d’anni, grazie a qualche singolo art-wave azzeccato rilasciato da oscure label indie (Giddy Stratospheres, Separated By Motorways), aveva fatto drizzare le antenne nell’ambiente brit che conta. Alla fine è stata la Rough Trade ad accaparrarsi The Long Blondes, secondo un copione annunciato che li aveva visti per tutto il 2005 “best unsigned band” e futuri cocchi di NME e affini. Da questa storia, sentita e strasentita, ci si aspetta il solito disco ultra-hype di new-new-new wave (le generazioni ormai non si contano più…), e per certi versi è proprio così.
A dirla tutta, questi ragazzi provenienti dalla stessa cittadina inglese che ha dato i natali a The Human League, ABC e – soprattutto – Pulp qualche carta in più da giocare ce l’hanno. Non soltanto l’orecchiabilità della maggior parte dei brani di Someone To Drive You Home, una fucina di singoli come era l’esordio dei Franz Ferdinand (con cui condividono la stessa fascinazione per gli Orange Juice), ma anche la personalità e il carisma della frontwoman Kate Jackson, un po’ Debbie Harry, un po’ Siouxsie / Karen O, un po’ una Morrissey / Jarvis Cocker in gonnella (occhio ai testi, dunque).
Aggiungiamo ambizioni avant-wave à la Gang Of Four / Pop Group e la produzione di Steve Mackey dei Pulp, e così ci spieghiamo perché non solo questi brani divertono come dovrebbero, ma reggono i paragoni con contemporanei rispettati come Futureheads e già citati Franz Ferdinand (Heaven Help The New Girl, sorta di nuova Take Me Out) fosse anche soltanto per quell’attitudine art-punk à la Slits sposata a Smiths e Libertines (su tutte le quasi demenziali Separated By Motorways, Once And Never Again), con quel pizzico di provincia brit che fa tanto His n’Hers (You Could Have Both, Weekend Without Make Up). Just for fun, è chiaro, ma con più spessore di quanto si creda.
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