Recensioni

I Kooks, quartetto del South Essex con il nome preso in prestito da David Bowie, hanno una storia interessante. Escono nel 2006 con Inside In/Inside Out e fanno letteralmente il botto: oltre un milione di copie vendute solo nel Regno Unito. Il singolone Naïve entra nelle chart di mezzo mondo, Italia compresa. Gli streaming arriveranno al miliardo. Poi, dal 2008, una serie ininterrotta di appuntamenti mancati con la tanto annunciata consacrazione, nonostante l’egida paziente della super label Virgin Records, che aspetta ben tre album (quattro, se s’include il Best) prima di decidere di lasciarli a casa. Ed è proprio quando i Nostri restano orfani della mega-etichetta, sia pur con a fianco il gigante degli indipendenti, Awal, ecco che se ne escono con il loro disco più ispirato: una vera e propria dichiarazione d’intenti che reclama a gran voce una qualche forma di riconoscimento nell’olimpo del Great British Songbook. Lo stesso frontman, Luke Pritchard, non ne fa nessun mistero; parlando delle intenzioni che hanno guidato la composizione dell’ultimo album, ha dichiarato: «Doveva essere il nostro Rubber Soul, quello che per i Beatles è stato l’album della svolta».
Let’s Go Sunshine non pecca certo di energia, risolutezza e buoni propositi: il registro compositivo è ampio, seppur circoscritto nei solidi e sicuri territori del migliore pop-rock made in UK; riesce a spaziare dal ritornello assassino (Kids) alla ballata sognante (Tesco Disco, Picture Frame), non mancando di citare gli immancabili anni ’80 (All The Time) e sperimentando persino qualche puntata in stile Sixties (Honey Bee, Initials for Gainsbourg). Infine, rendendo giusto un omaggio volante al punk melodico facile facile da tre-accordi-tre (Pamela), arriva puntuale con l’imprescindibile riferimento ai Fab Four (Swing Love).
L’impressione complessiva, al termine delle 15 tracce è di un’opera matura e di un ascolto senz’altro godibile, che tuttavia manca della giusta incisività. E non solo perché sin da principio, e per tutta la sua durata, dà l’impressione di rincorrere e ricalcare esperienze già ampiamente compiute e attraversate, ma anche e soprattutto perché in questa forsennata ricerca di “estensione” stilistica, che lo rende una specie di summa antologica dei sottogeneri del rock inglese degli ultimi 50 anni, manca il focus su un’identità sua propria che lo renda veramente interessante e significativo. La questione è brutalmente semplice: se avete voglia di roba nuova, questo disco non fa per voi. Se, al contrario, siete più che lieti di lasciarvi avvolgere da quell’atmosfera pimpante, danzereccia, occasionalmente vaga e simpaticamente paracula, in stile Strokes, Arctic Monkeys, Fratellis, Vaccines e compagnia, mettetevi comodi. Anzi, no. Preparatevi a ballare anche un bel po’.
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