Recensioni

Bastano due chitarre iniziali e un arpeggiatore a farci capire che il punto di partenza di questo terzo lavoro dei Juan Maclean è, come al solito, la disco classica, quella dei Settanta di Giorgio Moroder e compagnia cantante. Il tutto ovviamente mutato con la consapevolezza di più di dieci anni di carriera in casa DFA (il primo singolo è del 2002), e quindi con tagli che aggiungono sensibilità e gusto newyorchese, quella specie di spaesamento urban che solo la grande mela sa conferire. Un tocco personale che con il passare dei minuti muta il lavoro in una “fuga di mezzanotte” dal passato, un cambio di rotta che prevede il mastermind John Maclean concentrato praticamente solo sui suoni e che promuove la chanteuse Nancy Whang (ex LCD Soundsystem) a vera e propria frontman del duo.
Non a caso è proprio lei che campeggia questa volta – e meritatamente – in copertina. Un bianco e nero che asciuga i colori del passato e tiene buone solo le cose necessarie. Il “Future Will Come” del 2009 è oggi diventato ritmo, coolness, movimento, qualche effetto laser, synth vintage ’80 (che malinconia in Here I Am), bassi funky R&B sciccosi (Running Back To You), tappetini melò e una produzione pressoché perfetta (da panico tutto il remix delle nostalgie degli ultimi anni in stile pop-glo-Cascine e vocoder più che mai Daft Punk in I’ve Waited For So Long).
Con l’esordio Less Than Human i JML avevano definito un suono, quello indie dance dei primi anni del nuovo millennio, e correvano il rischio, causa la stazza del capolavoro, di essere “taggati” come post-millennial per sempre. Con questo disco escono dalle mode e fanno capire di avere la stoffa del classico che dura, a prescindere da Murphy, da Toro Y Moi e dall’hipsteria congenita della dance contemporanea, troppo spesso vittima della retrofilia cristallizzante. Un disco che assomiglia negli intenti soul all’ultimo Alexis Taylor, pronto sia per il ballo che per il relax; un disco che fa tremare i più sensibili e che scolpisce canzoni d’amore che sarebbero state perfette per la colonna sonora di Drive. Piacerà ai cinquantenni che vanno ancora in balera, ai quarantenni con figli in crisi d’astinenza da dancefloor e ai teen che cercano ispirazione dal passato. In tutto questo calderone la popness non fa scendere la qualità. Anzi, è proprio perché è fruibile da un pubblico così vasto che salirà sempre di più.
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