Recensioni

Il debutto dei The Jezabels è figlio perfetto di questi tempi nel pieno della fregola retromaniaca. E' la lama che affonda di un'altra tacca nel bozzolo del passato. Il quartetto di Sidney non si limita infatti a riarticolare forme e modi di un determinato periodo – nella fattispecie il pop in uscita dalla wave sul finire degli 80's – ma tenta di recuperarne anche lo sfondo poetico, l'ambientazione iperromantica, quel senso di realtà sovralimentata come condizione necessaria ad una nuova mitologia rockista. I troppo giovani (beati loro) per averne memoria diretta vadano a recuperarsi sul tubo (beati loro) i clip dei vari Cock Robin, Pat Benatar, Kim Wilde, Kim Carnes e via discorrendo. Tanto per farsi un'idea di quell'immaginario tanto più posticcio tanto più emblematico di un'epoca bisognosa di additivi per compensare la perdita dell'innocenza a livello del quotidiano.
Oggi non stiamo molto meglio, anzi, e infatti presumo che avrà buon gioco questo Prisoner tra i seguaci del cosiddetto mainstream alternativo. Col suo estro arty colto al crocicchio tra Kate Bush, Stevie Nicks, Sinead O'Connor, gli U2 appena redenti al verbo eniano, i Waterboys della frenesia onirica: vedi quel che accade – talvolta anche con una certa sfacciataggine – in pezzi quali City Girl, Peace Of Mind o la title track. Un'enfasi che senz'altro riverbera quella dei compaesani Arcade Fire, anche se rispetto a Butler e soci fanno la figura del serial tv patinato rispetto ad un cult di Spike Jonze (si ascolti e si veda all'uopo il singolo Endless Summer). Il cerchio si chiude laddove tutte queste premesse conducono in prossimità della grendeur poprockista Coldplay, come in Horsehead e Deep Wide Ocean. Col vantaggio non da poco, rispetto alla piuttosto imbolsita band di Chris Martin, di poter contare su una scrittura fresca e intensa, nonché sulla considerevole voce di Hayley Mary.
Un tempo avrei detto: scommetto che ne sentiremo parlare parecchio. Oggi, pure.
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