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7.3

Non si può certo dire che Jamie McDermott, mente e motore del progetto artistico The Irrepressibles, difetti di ambizione e che non abbia le idee chiare. A giudicare dalla cura estrema di ogni singolo aspetto di questa sua quarta fatica in studio, Yo Homo!, le ha chiarissime e ha fatto i compiti con quella diligenza che hanno solo i primi della classe. A quattordici anni dal primo ottimo album Mirror Mirror, oggi difficilmente reperibile su supporto fisico e forte di quella In This Shirt che ha avuto più vite, compresa una recente su TikTok, arriva un’originale e conturbante opera queer-politica che sterza verso sonorità rock al contempo alt- e art-, aspre, asciutte, crude e decadenti, che attingono dal Lou Reed di Walk on the Wild Side, dai Roxy Music di In Every Dream Home a Heartache, dal grunge tanto amato in gioventù e dall’indie rock meno omologato del terzo millennio, mantenendo intatta l’attenzione sulla melodia ben confezionata e sulla performance vocale, sempre espressiva, intensa, con un feticcio per Jeff Buckley messo in evidenza non per vezzo, ma per un senso di autentica connessione.

Fresco di una recente collaborazione con i Röyksopp (ma è un rapporto che va avanti dai tempi di The Inevitable End), Jamie Irrepressible non compone canzoni qualsiasi, non le dispone in un ordine casuale e soprattutto le correda con un immaginario audace, coerente, sensuale e sessuale, destinato ad abbattere più barriere che può mescolando con oculatezza le carte e dando il la con un diapason tutto nuovo a una rappresentazione della comunità LGBTQIA+ non stilizzata, che per una volta non rientra in uno stereotipo preciso né rassicurante, e che freme dal desiderio di essere limpida nei messaggi, senza il minimo compromesso e soprattutto senza doversi scusare per la voglia di affrontare la vita a viso aperto.

Pur non mancando, nei videoclip a corredo dei tanti singoli che hanno preceduto l’uscita di Yo Homo!, agganci a ineludibili pratiche per mettersi in contatto, qualsiasi esso sia (questo è chiaro sin dal primo brano in tracklist, Will You?, il cui baricentro è il binomio love/lust come facce della stessa medaglia con la speranza che il semplice atto del rimorchiare, o la one night stand che ne può scaturire, non si limiti ad essere pura e semplice ginnastica), ciò che appare immediatamente fuori dagli schemi è la volontà di rappresentare più sfaccettature possibili dell’essere queer, di dare voce a personaggi complessi e imprevedibili agli occhi dei più, e a coppie che lo sono anche nella vita reale – impossibile non provare simpatia per i due affiatatissimi skater dalla barba folta nel video di In the Rhythm, con quel vivido contrasto tra la complicità cameratesca diurna e la dolcezza del risveglio mattutino.

Ogni album degli Irrepressibles è contraddistinto da testi dal taglio introspettivo ed esistenziale, e in Yo Homo! Jamie si rifugia in una dimensione che ha solo pochi punti di contatto con la cultura gay mainstream fuggendo più che può dalla banalità ineluttabile del presente. In questo può ricordare a tratti un Morrissey dei primi tempi e gli anti-eroi dipinti nelle sue canzoni, talvolta pasoliniani, certamente lontani tanto dall’attivismo schiettamente politico dei coevi Bronski Beat quanto alle provocazioni gay-disco dei Frankie Goes to Hollywood, o ancora un Bryan Ferry che trova ispirazione nei miti del grande cinema come Humphrey Bogart o la goddess of love Marilyn Monroe e dà alla propria musica il superpotere di far distaccare l’ascoltatore dal mondo reale inseguendone uno sulle poltrone di un cinema, distante e idealizzato. La ricerca dell’amore in un tempo di dipendenza dalle app di dating (che già fecero infuriare Olly Alexander nel secondo album targato Years & Years, scottato da un tradimento su Grindr) e in cui sembra sempre difficile arrivare al secondo incontro, perché c’è sempre l’illusione che a poche decine di metri ci sia qualcuno più interessante, esorta McDermott a trovare una via d’uscita. La sua voce qui è calda, da cantante confidenziale, spesso cupa, talvolta persino minacciosa, meno propensa al falsetto rispetto al passato. Ma la vera sorpresa, questa volta, è la musica.

L’ensemble è sempre affollato, affiatato e con le porte aperte, con una moltitudine di strumenti con gli archi ben presenti anche in episodi di acidità punk-rock – il che rimanda subito a certe atmosfere di Nick Cave and the Bad Seeds anni Ottanta o di Marc Almond con i Mambas e i Willing Sinners, per esempio nella brillante So! in equilibrio instabile tra Anohni e le beautiful maladies di Tom Waits. Stravagante la scelta di posizionare così presto in scaletta uno strumentale, The Desert, prima di lasciare la voce di Jamie librarsi potente nel vibrato vampiresco à la Ferry del ritornello di Raise My Soul, uno dei vertici della raccolta e della sua intera produzione tra pattern ritmici irregolari, pianoforte e un coro finale d’effetto. La bassline micidiale di Be Wild! sembra amorevolmente saccheggiata ai White Stripes, mentre Two Hearts è un ballo d’altri tempi, scandito dagli archi pizzicati e pervaso da un’atmosfera sognante e lontana. La title-track ha una grinta grunge insospettata e una propensione a certo hard-rock anni 90 (in particolare tornano in mente i Therapy? e un brano come Fear degli svedesi Skintrade, che in Italia accompagnò spot pubblicitari di un brand di jeanseria).

Connection è la canzone che più di tutte cerca e trova un terreno comune tra un’andatura spagnoleggiante e suggestioni che vanno dalla PJ Harvey di To Bring You My Love agli Yeah Yeah Yeahs passando per Iggy Pop fino a tornare all’amato Buckley e ai Mambas che gigioneggiavano con la Carmen di Bizet alla fine di Torment and Toreros. Irresistibile e persino super-radiofonico il reggae-rock di Destination, quasi una Walking on the Moon dei Police strapazzata dai Balthazar, mentre la conclusiva Ecstasy Homosexuality accarezza le vette dei Veils di Nux Vomica e soprattutto del debutto di Anna Calvi, altra icona queer onesta, sanguigna, potente e passionale.

Pur essendo sostanzialmente una one-man band, gli Irrepressibles possono contare per il tour a sostegno dell’album di musicisti singolarmente presentati da Jamie su Meta: la chitarrista Sally McFerran, il percussionista gallese Tomos Williams, Sarah Kershaw al pianoforte, Joe Davin al basso, Paula Bowes alla viola e ai cori, Reyan Murtadha al violoncello e per finire la giovane compositrice e violinista della London Philharmonic Orchestra (nonché attivista trans) Phoenix Rousiamanis.

Yo Homo! è un disco eccitante, proprio per il suo azzardare andando dritto come un treno contro le convenzioni. Le canzoni si svelano piano, cambiano rotta, fanno conciliare stili che sulla carta non funzionerebbero e già questo sembra un atto politico contro i reel e i brani “scrollati” sui social dopo qualche decina di secondi per via di un focus attentivo generale sempre più debole e insofferente. I video hanno un taglio fortemente cinematografico e parlano, informano, completano e disvelano, sono parte integrante dell’opera così come lo saranno le performance dal vivo (che saranno incentrate sul materiale di recente scrittura). Jamie Irrepressible non è nato ieri, sa che molto sta cambiando intorno a lui (Hamish Hawk, Lady Blackbird, la nuova promessa del cantaurato inglese Gia Ford già benedetta da Elton John sono artisti che lo testimoniano, ognuno a proprio modo) e vuole essere protagonista di questa mutazione culturale che investe la comunità LGBTQIA+ dopo anni di stanchezza, incertezze e intorpidimento.

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