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7.5

L’Hull City Association Football Club non è esattamente uno di quei club inglesi in grado di togliere il sonno al Liverpool o al Manchester United. Fondato nel 1904, in centoventi anni ha fatto quasi sempre su e giù tra seconda e terza divisione, giocando in totale soltanto sei campionati in Premier League. Miglior piazzamento: un sedicesimo posto nel 2014, lo stesso anno in cui ha raggiunto la finale di FA Cup, persa 3-2 dopo essersi trovato in vantaggio di due reti contro l’Arsenal. Il vero momento di gloria per l’Hull è tuttavia stato un altro. Nel 2008, al suo esordio in Premier, riuscì a battere di fila le squadre londinesi di Fulham, Tottenham, Arsenal e West Ham. Alla quarta vittoria, finalmente i giornali poterono utilizzare un titolo che avevano in canna da più di vent’anni: London 0-Hull 4.

Certi dischi entrano nella storia e rimangono nella memoria, oltre che per la qualità della musica che contengono, anche per ragioni di pura estetica. Una, sostanzialmente: l’abbinamento titolo + copertina. Non c’è dubbio che in questo senso l’esordio su album degli Housemartins rappresenti un santino mid-80s imbattibile, quasi come Hull contro Londra nel campionato 2007-2008. La tenera smargiassata del titolo – provinciali di tutto il mondo, unitevi! – si adattava perfettamente al lettering e all’art direction vagamente in stile Impulse/Blue Note, con quella foto virata in verde di Paul Heaton – cantante, leader, autore dei testi – colto in una buffa posa in concerto, con addosso un cardigan che nel 1986 (ma pure adesso) in Italia chiunque si sarebbe vergognato di portare. Indimenticabile, o come si dice oggi con un inglesismo sbagliato, “iconico”.

Tra chi lo ha vissuto a diciotto anni, ognuno ha il suo 1986 fissato nel cervello. Per qualcuno potrà essere Madonna che canta True Blue, per qualcun altro le Bananarama che rifanno Venus, per qualcun altro ancora Alain Delon steso per terra e anche lui annegato in un mare di verde. Per chi scrive, è la copertina di London 0-Hull 4. Che poi quel titolo era aperto anche ad altre interpretazioni. Come spiegò lo stesso Heaton, si riferiva al fatto che secondo loro Londra non aveva neanche una band decente mentre Hull ne aveva ben quattro (gli Everything but the Girl, i Red Guitars, i Gargoyles e modestamente buoni ultimi gli Housemartins).

Esegesi a parte, resta il fatto che pochissimi altri dischi suoi contemporanei restituiscono con la stessa efficacia un certo sentire di allora. Quando o stavi da una parte o stavi dall’altra. O ti nutrivi beatamente (spesso anche beotamente) del pop plastificato che dominava le charts, o compulsavi con l’attenzione di un entomologo le classifiche indipendenti sull’NME comprato all’edicola della stazione. O passavi il pomeriggio a guardare su Videomusic gente con acconciature cotonate e spalline imbottite, oppure ti appendevi davanti alla scrivania le foto del Nick Cave tossico o di qualche band di capelloni fuori tempo massimo del Paisley Underground, sia mai che Karl Precoda o Grant Hart siano di ispirazione per la versione di latino. O leggevi Rockstar che metteva in copertina un mese sì e uno no i Duran Duran oppure (cosa che il sottoscritto aveva iniziato a fare proprio nel mese in cui uscì la recensione di London 0-Hull 4) imparavi a memoria ogni singola riga di Rockerilla. No compromise.

Poi ogni tanto saltava fuori qualcosa o qualcuno che in qualche modo stava a cavallo dei due mondi, magari involontariamente. I quattro ragazzi di Hull, in questo senso, erano perfetti. La provenienza era la più “indie” che si potesse immaginare, ma intanto andavano al terzo posto della classifica pop nazionale. E il singolo che aveva fatto il botto te lo beccavi – ebbene sì – anche su Videomusic. Ricordo perfettamente quando apparve la clip di Happy Hour. Pezzo pop clamorosamente orecchiabile ma anche, come dire, “giusto” (qualunque cosa avesse una vaga eco Sixties lo era), cantato da quattro impossibili imbranati vestiti da impiegati della City che staccano alle sei e si fiondano immediatamente al pub.

In un mondo di Wham! e Spandau Ballet, l’immagine e le movenze da deficienti di quei quattro (a cui si alternavano nel video i loro pupazzi in plastilina a passo uno) era una secchiata d’acqua fresca. Certo, tutti noi sotto sotto speravamo che il look fosse auto-ironico e che non fossero davvero così, cioè un misto tra figiciotti (per chi non ha l’età, spieghiamo il termine arcaico: “membri della Federazione Giovanile Comunista”) e volontari della parrocchia del quartiere. Non che l’analogia tremenda fosse poi tanto distante dalla realtà: sul retrocopertina dell’album c’era la frase “Take Jesus, take Marx, take Hope” a certificare la prospettiva da sinistra cristiana, o da cristianesimo progressista, che informava le prese di posizione e i testi di Heaton.

Detto ciò, non sono mai riuscito a considerare cool Fatboy Slim proprio perché ogni volta che pensavo a Norman Cook mi veniva in mente quel video. E gli altri – mancano ancora all’appello il chitarrista Stan Cullimore (co-autore in gran parte dei brani) e il batterista Hugh Whitaker – erano pure peggio. Eppure quanta freschezza c’era in quella canzone e in quel video. Se poi ci si sforzava di andare a leggersi il testo (cosa che qui da noi ovviamente non faceva nessuno) si scopriva il trucco vincente degli Housemartins: trattare argomenti seri, serissimi, partendo da un inequivocabile posizionamento politico ma veicolando il messaggio sulle ali di un pop leggero, aggraziato e fruibile da chiunque.

Gli accordi jangle, tipici dell’indie pop del periodo del quale proprio l’NME nel 1986 fissò su una compilation su cassetta (la leggendaria C-86) erano resi ancora più ariosi e accettabili alle orecchie del pubblico inglese medio grazie a venature beat, skiffle, soul e persino gospel/ doo woop (influenze, queste ultime, che i quattro di Hull dispiegheranno trionfalmente nel loro unico numero 1 Caravan of Love, cover a cappella di un brano degli Isley Brothers pubblicata poco dopo l’uscita di London 0-Hull 4 su consiglio di John Peel, che come sempre ci aveva visto lungo). Un travestimento musicale che permetteva di far diventare mainstream canzoni che parlavano di lotta di classe, abusi del capitalismo, smantellamento dello stato sociale (Margaret Thatcher era nel pieno del suo secondo mandato e della sua lotta ai poveri: “la società non esiste”, do you remember?), gentrificazione, dismissione delle risorse industriali. Oppure, nel caso proprio di Happy Hour, di becero sciovinismo maschilista, perché dietro a quel rito britannico della pinta di lager dopo il lavoro c’è un immutabile, frusto schema comportamentale di uomini alterati dall’alcol che si danno di gomito con battute e allusioni sessiste, e peggio ancora quando a farlo sono manager di aziende che possono rovinarti la vita in ufficio se non stai al gioco.

Potevano vestirsi da sfigati e sembrare degli innocui poppettari, gli Housemartins, ma quanto a combattività avevano poco da invidiare a band come i Redskins, trio di skin trotzkisti che proprio quell’anno lanciarono la molotov a 33 giri Neither Washington nor Moscow (pure qui, casualmente, due città in contrapposizione, anche se in modo un po’ meno giocoso di Londra e Hull). In Get Up Off Our Knees, che arriva subito dopo Happy Hour ed è quasi altrettanto irresistibile, lasciano cadere una frase che oggi varrebbe un ban a vita immediato su qualunque social: “don’t shoot someone tomorrow that you can shoot today”. L’invito a prendere parte alla lotta, a impegnarsi, a non vegetare nell’accidia che fa il gioco dei padroni è un tema che ricorre in più di un brano, fissato nell’immagine di chi sta seduto su una staccionata (Sitting on a Fence, altro pezzo travolgente che avrebbe potuto uscire dalla penna del Paul Weller degli Style Council, e in effetti ricorda vagamente l’inno Shout to the Top!), lasciando scorrere rassegnato la propria gioventù.

Riuscire a inserire in un serratissimo tempo soul-pop una strofa illuminante come “but the real problem with this man/is he says he can’t when he can/ he’d rather not get his hands dirty/he’ll still be there when he’s thirty” è un colpo da maestri. La metafora della separazione, della “fence” che divide artificiosamente persone, classi e paesi, torna in Over There, mentre in Think For a Minute viene tratteggiata con poche pennellate l’apatia, anticamera della disperazione, che è rimasta l’ultimo rifugio degli abitanti di zone impoverite e calpestate dal liberismo thatcheriano: “and many hangs their heads in shame that used to held them high/and those that used to say hello simplyb pass you by”.

È forse la canzone più bella del disco, con la voce adenoidale di Heaton (che in altre occasioni, ad esempio Anxious, echeggia singolarmente quella di Morrissey, ed è difficile pensare a qualcuno così radicalmente agli antipodi, persino prima che Moz diventasse quello che è diventato) che raggiunge una intensità degna del miglior soul del passato. A proposito di soul, l’attacco pianistico di Lean on Me cita sagacemente quello di (You Make Me Feel Like A) Natural Woman, e anche se Heaton non è Aretha Franklin viene da credergli senza riserve quando dice di fidarti di lui. La chiusura nuovamente uptempo di Freedom fa venire voglia di ballare per l’ennesima volta ma c’è poco da celebrare: la libertà di cui si parla è quella fittizia di un sistema che ti impone di scegliere tra alternative che si somigliano (it’s sink the reds and lift the blues/they pretend to be different points of view /but it’s only a different shades of blue) per tenerti comunque sempre in catene.

Fa strano pensare a quanto certe tematiche e metafore (ad esempio quella del gregge eteroguidato di Sheep), quasi quarant’anni dopo siano diventate moneta corrente nella retorica populista e complottista, all’estremo opposto della limpidezza di intenti e della forse ingenua ma sincera esortazione a reagire alle ingiustizie e vivere la propria vita come soggetti attivi e pensanti che animava le canzoni di questo disco. I tempi sono cambiati, il pop esuberante e profondo allo stesso tempo degli Housemartins non lo fa praticamente più nessuno e il mondo è persino peggio di quanto non fosse nel 1986. Ce la siamo giocata, e abbiamo perso. Per quattro a zero.

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