Recensioni

Quest’anno vanno di moda il cosiddetto rare groove e Il kitsch
démodé. O per lo meno a noi piace pensare che certe coincidenze non
siano tali. Luke Vibert e Perrey appena un mesetto fa strizzavano l’occhiolino all’Exotic Moog di Martin Denny; i Beastie Boys quest’estate si sono calati perfettamente in una versione instrumental lounge e ancora Madlib e M.I.A. che rubano al tentacolare repertorio di Bollywood, e qualche mese indietro King Brittad antologizzare, con tutta la scienza del caso, un primo volume di
chiccherie cosmic jazz da far venire la bava alla bocca a qualunque
musical antiquario. Infiliamoci pure la copertura costante delle
produzioni Sublime Frequencies, Finders Keepers, Vampisoul e Soul Jazz.
E’ il panorama di una nuova “generazione cocktail”, quella che al
cinema va in brodo di giuggiole di fronte alle strizzatine d’occhio
marcate anni ’70 dei Grindhousedi Tarantino e Rodriguez e non dimentica che questo è l’anno in cui è
morto James Brown e hanno dato l’Oscar ad Ennio Morricone. E’ il quadro
generale dentro cui si colloca un disco come quello degli
Heliocentrics, multiforme creatura di Malcolm Catto, uomo di
percussioni e ristampe funk-soul.
Un Intro e un Outrodal piglio cinematico: campionamenti vocali, batterie trattate,
elettronichetta vintage, chitarre acide da trip californiano. Nel
mezzo? Un’operazione chirurgica dove il cadavere di un jazz già
trasfigurato viene sezionato a colpi di bisturi hip hop (Distant Star, Sirius B, Untitled, Before I Die) e lame funk (Once Upon a Time, Beyond Repair, The Zero Hour, Joyride)
con innesti di narcoletica psichedelia, campionamenti cinematici,
infezioni cosmiche. Quello degli Heliocentrics è un grande Grindhouse
di musiche old style. E nel disco c’è di tutto, di più. Tirate acid
funk da poliziottesco che nemmeno De Angelis e Micalizzi (Beyond Repair, Joyride), congegni astral jazz da odissea spaziale che guardano a Sun Ra e Marcus Belgrave (The American Empire, Age of the Sun), sinistre sceneggiate exotiche da giallo-thriller italiano che solo Morricone (A World of Masks, Sounds of the East).
Alle prese con la cover di Winter Songdi Nico, gli Heliocentrics partono immediatamente per la tangente e la
trasfigurano in una nenia cosmica, con buona pace delle pretese
neoclassiche di John Cale. Out There è l’unico disco contemporaneo immaginabile come musica di sottofondo per il balletto di Barbara Bouchet nel night di Milano Calibro 9. Insomma… materiale per un culto istantaneo.
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