Recensioni
C’è attesa stasera per l’unico concerto italiano del duo di Chicago,
la si percepisce palpabile in un Music Drome non pienissimo ma
bastevole di tutta la partecipata attenzione che i Fiery Furnaces
meritano. E infatti basta la materializzazione sul palco del
deus-ex-machina Matthew al controllo delle tastiere poco prima
dell’inizio del set per scatenare l’entusiasmo non solo delle prime
file in transenna. E quando poco dopo al soundcheck fa la sua comparsa
un’infreddolita Eleanor imbacuccata in un cappottino striminzito, non
si può fare a meno di invocarla a gran voce. E’ un attimo e pochissimo
dopo i fratellini rientrano sul palco, accompagnati da un funambolico
Bob D’amico alla batteria e da Jason Loewenstein (sì, proprio l’alter
ego di Lou Barlow nei Sebadoh) al basso. E parte così un happening
senza soluzione di continuità che li vede eseguire quasi tutto l’ultimoWidow City, riarrangiato e trasfigurato alla loro maniera, ora rallentato ora accelerato, a partire dalla caricata opener The Philadelphia Grand Jury.
È un piacere per occhi e orecchie vederli in azione on stage, Matthew
camaleontico col sorriso sulle labbra alle prese con le sue tastiere
(quasi come avesse più delle due mani a disposizione!) e una Eleanor –
che raramente sorride – attenta, duttile e versatile, che vediamo tra
uno strumentale e l’altro riposarsi mentre prende un sorso di birra in
lattina, tamburellando sulle lunghe gambe infilate in stretti jeans
vintage e stivaletti, mentre tiene il tempo.
Assistiamo così
ad un act che a posteriori si fa fatica a categorizzare: è prog, rock,
pop, vaudeville? Poco importano in fondo le definizioni, è tutto questo
insieme, è la somma delle parti che fa la differenza, e l’”opera rock”
davanti alla quale ci troviamo ha in effetti molta dell’enfasi prog, ma
viene stemperata dagli inserti pop e dall’ ironia del gruppo. Un
collage di suoni e sensazioni amplificate che creano un unicum avant pop.
Ecco, forse è questa la definizione migliore! Per un gruppo che non
perde colpi pur avendo sfornato in pochi anni una quantità consistente
di musica.
A fine concerto si passa anche dalle parti di Bitter Tea e dell’EP (Bitter Tea, la clamorosa Single Againin una rielaborazione proggy). E dopo poco più di un’ora di set, segue
un quarto d’ora buono di bis, durante i quali vediamo Eleanor proporre
un siparietto su brani a richiesta, e qui prevalgono a gran voce e con
gran divertimento dei presenti, Here Comes The Summer, Blueberry Boat e Tropical Icelandcondensate in mini song e mixate l’una dentro l’altra. Il pubblico è in
delirio e li richiama a gran voce anche dopo la fine del concerto. Ci
si augura vivamente di non dover aspettare così a lungo per una
prossima occasione dal vivo.
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