Recensioni

Grandi cambiamenti e grandi attese hanno da sempre scandito la carriera del quintetto di Omaha: dai prescindibili esordi indie-rock al synth-pop che guardava agli Ultravox, passando per gli ammiccamenti ai Daft Punk e persino ai Nine Inch Nails, sono passati oltre 20 anni di carriera. Una parabola, quella di Todd Fink e soci, svoltasi spesso tra alti e bassi, senza picchi veramente degni di nota, col tipico andamento della promessa non mantenuta: quelli che dovevano essere i pionieri della new wave del terzo millennio, quasi mai sono riusciti a centrare l’obiettivo con incisiva pervasività, dando piuttosto sporadiche testimonianze di rilevanza, come in alcuni episodi di Danse Macabre e Wet From Birth.
A distanza di cinque anni da Doom Abuse, un lavoro monotono e deludente in cui si palesava una vistosa perdita di slancio, e a due dalla compilation CAPSULE: 1999-2016, ecco Egowerk: una specie di concept su un ipotetico viaggio dell’ego nel mondo contemporaneo, uno scenario digitale apocalittico in cui «social media is turning well-meaning people into self-important cruel monsters». Nell’ascolto di questo lavoro composito riecheggia uno sfocato cyber-techno punk che aspira ad essere contemporaneo non riuscendoci appieno, debitore com’è verso le reminiscenze anni ’80-’90 su cui i Faint hanno costruito gran parte del loro suono, rimandando piuttosto a una brutta copia dei peggiori New Order discotecari à la Tutti Frutti.
Dalla seconda metà del disco, in alcuni episodi più low-profile, riemerge un sound più sottile e oscuro, meno ammiccante a una certa EDM, per giunta di dubbio gusto, e più semplicemente derivativo rispetto alla discografia precedente, che se non altro ci restituisce dei Faint più autentici e riconoscibili. Non che questo sia necessariamente un bene: l’impossibilità di un’evoluzione armonica e di un credibile affrancamento dagli stilemi precedenti non è mai un buon segno circa l’utilità di un’operazione artistica.
Viene da chiedersi se sia davvero sufficiente utilizzare l’escamotage di una proposta disco-punk dolosamente facilotta per raccontare l’era dell’esistenzialismo digitale e dell’angoscia tecnologica: c’è la sintesi, c’è la velocità, c’è la frenesia e c’è la cacofonia di questo tempo. Manca invece l’anima, la complessità e forse anche una piena consapevolezza.
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