Recensioni

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Sono passati ormai cinque anni dall’uscita di Bruiser, album numero tre dei britannici The Duke Spirit accolto bene dalla critica e dal pubblico, pur senza troppi netti sbilanciamenti a suo favore. Ed è proprio in questo lustro di silenzio che la band capitanata da Liela Moss ha fatto scattare decisamente nella direzione del trasporto e dell’esperienza sensoriale la leva del proprio sound, evitando di concedere eccessiva importanza al confinamento in un genere specifico.

Il quartetto partito da Londra ha personalmente definito Kin il suo disco migliore, nato da ritagli di brani che sembravano non essere adatti ai side-project dei singoli membri (Roman Remains per citarne uno), qui riabilitati nella loro funzione: così immerso nell’importanza di comunicare sentimenti e mood, l’LP fa trascorrere poco più di quaranta minuti in maniera fluida e atmosferica, tra la voce onirica della Moss (sempre ben ripartita fra registro alto e basso, come evidenzia Blue & Yellow Light), chitarre nostalgiche che talvolta si caricano d’energia cinetica (HandsSide By Side), basso ora distorto ora corposo, e infine una batteria che scandisce i tempi senza mai prevaricare il resto della strumentazione.

Il quarto lavoro in studio dei Duke Spirit è coerente e coeso, capace di emozionare intimamente in Wounded Wing – si ringraziano la partecipazione vocale di Mark Lanegan e Simon Raymonde (ex-Cocteau Twins) al pianoforte – e in 100 Horses Run – dove il paragone con i London Grammar potrebbe reggere – ma anche di creare lo spazio necessario al respiro di pezzi garage e alternative-rock, ad esempio l’elegante e raffinata psichedelia di Sonar, forse la migliore delle dieci tracce.

Chi è rimasto per anni in attesa di notizie dal quartetto anglosassone quest’anno non rimarrà affatto deluso; chi, al contrario, non avesse mai sentito nominare i Duke Spirit avrà un buon motivo per informarsi a riguardo e dare loro una chance.

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