Recensioni

Brutalism era brutale come una piuma sul petto e fino a ieri rappresentava la prova più sincera dei Drums. Un album solido, zero riempitivi, solo agrodolci vibrazioni, cartoline di un depresso consapevole della propria condizione ma in stato di grazia. Tre anni più tardi – e una pandemia dopo – arriva Jonny e il miracolo si ripete. L’ex ragazzo dei “Bible camp” si mette a nudo, letteralmente questa volta, oltre che dal punto di vista di testi che, ancora una volta, scavano negli anni giovanili di una biografia tormentata, fatta di abusi, ma con un inedito senso di redenzione/emancipazione.
Il tema del disco è l’esplorazione – va da sé, senza veli – di un trauma infantile rappresentato a partire dall’artwork dal corpo nudo del protagonista fotografato in b/w e quasi sempre di schiena. Ben 16 i brani di una scaletta autoprodotta che comprende anche un feat. (con Rico Nasty) che è anche l’unico episodio “contemporaneo” (perché Hip Hop influenzato) del disco, Dying. Il resto scorre sulle pagine di nuovo breviario scritto e (auto)prodotto in una casa isolata nello Stato di New York a qualche ora di strada dalla metropoli dove gli affitti, specie per un singolo affatto facoltoso come lui, sono insostenibili.
I Want It All, primo parto – definizione sua – del disco mette in chiaro l’eterna ciclicità armonico-narrativa di casa The Drums. La ditta di un solo uomo da tre album a questa parte, che riparte daccapo, dalla jangle e dagli Smiths (Better), dalla Postacrd e dal giro C86. Again and again. E c’è da dire che queste canzoni scritte con l’idea del lascito, leggere ma affatto spensierate (Isolette), anche brevi (o brevissime), imbevute (come no) d’elettronica (I’m Still Scared), non hanno perso la freschezza e la sincerità dei momenti migliori di un ormai nutrito catalogo.
Dopo anni di terapia Pierce ha affrontato i propri demoni ed è maturato. Nel disco si respira urgenza e ispirazione, il bisogno di raccontarsi come se fosse l’ultima. E scriverle in un periodo storico in cui giocoforza era indispensabile rallentare e tornare alle piccole cose del quotidiano si è senz’altro rivelato un prezioso alleato, regalando il tempo e la concertazione necessari per portarle a compimento, in uno splendido (inedito) isolamento.
Alternando brani uptempo a episodi più intimi, canzoni che funzionano come singoli ad altre che rientrano nell’economia di un album generoso e senza cedimenti, Jonny riesce nel piccolo miracolo di bissare (e forse superare) la bontà della precedente prova confermando un concetto (parole sue) ormai fuori dal tempo: “l’album come luogo sacro da venerare”.
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