Recensioni

6.5

L’ultima volta che ci occupammo dei Doormen fu in occasione dell’uscita di Abstract [ra]. Era il 2015 e la band ratificava la propria posizione “di settore” fregiandosi del distintivo alt-wave (Chameleons, Interpol) costantemente ammiccante ad un pop vagamente psych. Riposte quindi le istanze puramente post-punk degli esordi, il nuovo Plastic Breakfast cerca di scavare all’interno di un perimetro già conosciuto ma forse, in parte, dimenticato. Si torna prepotentemente a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, ovviamente in Gran Bretagna. In un disco registrato in tre giorni (sebbene figlio di una lunghissima gestazione) non può che fare capolino una certa sfacciataggine alla P.I.L. (U.R.U., The control button) e un’urgenza che ricorda i primi Interpol, RATM o i soliti Editors (Everything for you, The right shirt): la forza erosiva di queste esperienze è ciò che dà valore al lavoro messo in campo da una band arrivata ad un inevitabile bivio. Il retrogusto dolceamaro delle esperienze smaccatamente new-wave sempre presenti nel sound dei Doormen è qui scosso da una vitalità di matrice più puramente rock: spariscono i synth, torna il trittico canonico chitarra-basso-batteria. Ne beneficia l’intera ossatura di un album che, senza la forza prorompente di alcuni passaggi, sarebbe risultato scarico in più punti.

I Doormen si muovono, come sempre, nel loro liquido amniotico perché è grazie ad esso che il loro linguaggio diventa fruibile una volta all’esterno. Se si vuole continuare a raccontare, peraltro senza vergogna, di un sound derivativo e di un concept al limite dell’anacronistico bisogna anche riconoscere al gruppo il grande livello di raffinatezza e precisione raggiunto. E’ quindi chiaro che, anche se in maniera lacunosa e con i propri tempi, con Plastic Breakfast la band sta cercando faticosamente di spingersi oltre un tragitto già segnato adottando il più sano degli approcci: non snaturarsi.

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