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Se si parla di libertà creativa, con Mick Collins non si sbaglia mai. Già in Ultraglide In Black – omaggio alla sua maniera alla black music – l’uomo dietro Gories e Blacktop aveva dimostrato di giostrare con un universo di riferimento più ampio di quello che potesse ipotizzarsi guardando il suo background coi paraocchi dell'integralismo. Ora Party Store fa il paio con quell’esperimento al tempo parso estemporaneo, solo che questa volta a finire sotto la lente deformante del chitarrista è il sound techno di Detroit, la motor city americana che tanto ha dato al garage e al punk e nel quale Collins è cresciuto.

I Dirtbombs prendono classici più o meno noti della techno detroitiana anni ’80 e li rimodellano a modo loro: Good Life degli Inner City (il progetto di Kevin Saunderson), la Sharevari targata A Number of Names, la Strings of Life di Derrik May o ancora la Alleys of Your Mind dei Cybotron di Juan Atkins, insomma, i veri e propri riempipista dell’epoca vengono completamente rielaborati, risemantizzati, ricontestualizzati dalla band del gigante nero in forme "rock". Ne è perfetto esempio la riedizione di Bug In The Bass Bin della Innerzone Orchestra di Carl Craig (presente ai synth nel rifacimento) risolta in una megasuite mantrica di 20 minuti dall’incedere funk-motorik e dalle atmosfere algide e rumoriste.

Una operazione particolare, sentita e personale, magari fuori tempo massimo se riferita alle commistioni p-funk o ai vari crossover techno-rock che andavano per la maggiore verso la fine del millennio scorso, ma fondamentale per apprezzare ancor di più uno spirito libero come quello di Collins. Ce ne fossero di altri.

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