Recensioni

6.8

Un paio di lunghissimi minimal-raga in salsa kiwi-lo-fi che si spappolano gelatinosi mano a mano che procedono nella loro reiterata fattanza (l’iniziale Empire e la chiosa South), uno sgorbio di impro slabbrata da un minuto e mezzo (Federation), un acido e incompromissorio movimento rock che si sfalda sotto i piedi (Shaft). Si presenta così Patience, l’ennesimo passo del terzetto neozelandese: roba sempre corrosiva e sfiancante, menefreghista e disturbante, seppur alleggerita in un impatto frontale non più incompromissorio come i tempi che furono.

È forse però soltanto un errore di prospettiva, il nostro, viste le tonnellate di rumore che emuli più o meno certificati stanno buttando ormai da qualche lustro nelle nostre orecchie. A ben vedere i 3 vecchietti qui si fanno rispettare su un terreno che, volenti o nolenti, essi stessi hanno contribuito a forgiare. Che è quello del free-noise più dilatato e nichilista, fatto (anzi sfatto) di lentezza, feedback, reiterazione, bassa fedeltà, destrutturazione, ecc. in cui l’attenzione, come nel precedente Secret Earth, sta più nella grana del suono che altrove. Una aurea e rumorosa mediocritas che tanto può ancora insegnare.

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