Recensioni

Prima che John Grant attraversasse l’oceano per stabilirsi in Islanda, dalle parti della capitale Reykjavik, prima dell’inizio di una fortunata carriera solista, prima del definitivo coming out, prima che si parlasse apertamente dell’AIDS, prima di tutto questo, c’era un pianista e cantautore che infilava le proprie canzoni, i propri struggimenti post-romantici, nell’opera a firma Czars.
La band, nata nel 1994 a Denver, Colorado, e attiva fino al 2004/2005 sotto l’egida di Bella Union, ha da sempre proposto quel connubio di country, pop noir e cantautorato che ha poi reso famoso Grant. Non c’era ancora (del tutto) il vocione baritonale che il Nostro sfoggia negli ultimi anni, e non c’era nemmeno (per fortuna!) quel flirt con l’elettronica che si è visto nell’ultimo tour (e che è stato a volte imbarazzante da sentirsi dal vivo). Però c’era tutto il resto che, al netto dell’Islanda, dell’AIDS, del coming out, era esattamente lo stesso piatto di minestra. John Grant allora piaceva a un pubblico più di nicchia, meno trasversale e democristiano di quello che lo segue oggi. Ma elogiare con il massimo dei voti – come ha fatto molta parte della critica britannica innamorata del barbuto – questa compilation, che copre tutti i dischi (in ordine cronologico) della band, è un po’ come incensare il passato alla luce delle fortune di oggi.
Alcuni episodi, non fossero scritti da Grant e interpretati dalla sua band, come per esempio Get Used To It, sarebbero guardati per quello che sono: esercizi, tentativi di qualcuno che ha chiaro quali siano gli ingredienti buoni che ha disposizione, pur non avendo ancora trovato la ricetta giusta. Il risultato, in questi casi, è un compitino senza molto costrutto, che solo l’amore da fan può fare venire voglia di riascoltare.
L’aspetto positivo di questo tipo di operazioni, con tutti i limiti che si portano dietro, è che permettono di vedere l’evoluzione della penna e della maturità dell’artista. John Grant ha imparato come farci gli occhi dolci (My Love), sedurci con storie a volte molto personali (Drugs, Side Effects), toni tra il romantico spinto all’eccesso (Lullaby 6000, Paint The Moon) e l’epico in tono intimo (se così ci è permesso di dire). La ricetta ha funzionato a tratti nei due dischi solisti e funzionava con gli Czars, quando c’era più atmosfera noir, meno in altri frangenti. Secondo noi non si dovrebbe gridare al miracolo ora, come non si è gridato allora. Di mezzo, però, ci sono stati l’Islanda, l’AIDS, il coming out, che tutto hanno spostato su altri terreni.
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