Recensioni

C’è un paradosso al centro di Faith: è un disco che nasce dall’eccesso — cocaina, alcol, session interminabili, studi cambiati più volte come se il problema fosse l’acustica e non lo stato di Robert Smith e soci — e che tuttavia suona come il silenzio più lucido che i Cure avessero registrato fin lì.
Aprile 1981: Margaret Thatcher ha appena concluso il suo primo anno a Downing Street, il paese è in recessione, esplodono i disordini di Brixton, e una generazione di ventenni inglesi prova a capire dove si stia dirigendo il mondo e cosa significhi ancora prenderne parte. In questo clima, i Cure pubblicano un disco sulla morte, sulla fede perduta, sul vuoto che resta quando si smette di credere a qualcosa senza trovare un sostituto.
La premessa è presto detta. Se la critica aveva accolto con freddezza le geometrie di Seventeen Seconds e l’ipnosi di A Forest si era a malapena fermata alla trentunesima posizione delle classifiche UK, il ritorno alla realtà fu ancor più brusco. I Cure, impegnati in un tour agli antipodi tra le sponde della Nuova Zelanda, erano ormai ridotti a un guscio, mentre le tensioni interne con il tastierista Matthieu Hartley erodevano progressivamente la tenuta del gruppo. Come già accaduto con Michael Dempsey, Hartley si rivelò inadatto alla logistica dei concerti e, fatto ancor più decisivo, estraneo a quel minimalismo esistenziale che Smith stava elevando a canone. La separazione arrivò puntuale nell’agosto del 1980, segnando l’ennesima mutazione necessaria.
Nel corso del tour di Seventeen Seconds, la morte — spesso evocata nelle atmosfere di quell’album — smette di essere un’astrazione per farsi esperienza privata e devastante: Robert, colpito e turbato dal suicidio di Ian Curtis nel maggio del 1980, affronta la perdita della nonna, mentre Lol Tolhurst riceve la notizia della malattia terminale della madre.
È in questo clima di lutto imminente e reale che iniziano a sedimentarsi i presupposti emotivi di un disco che trasforma il dolore in una forma di rassegnazione quasi sacrale. Smith, cresciuto cattolico e presto allontanatosene, per l’occasione ricomincia a frequentare una chiesa locale, non tanto per ritrovare la fede, ma per osservare, per assorbirne l’atmosfera.
Uno dei primi risultati è The Holy Hour, brano che apre l’album e che funziona esattamente come l’ingresso in una navata: il tempo si dilata fino al limite dello slow motion, la voce sepolta negli effetti come un’eco proveniente da un’altra cappella, l’armonia quasi inesistente. È musica che non cerca di convincere né di coinvolgere: permane piuttosto in uno stato di buio controllato.

Quello che rende Faith un disco ancora urticante è proprio questa sua qualità di brutalità educata. Non c’è il misticismo ancestrale del disco precedente e, soprattutto, non c’è rabbia allucinata di quello successivo: c’è una desolazione scandita con precisione, quasi formale.
Primary, l’unico singolo estratto, è il brano più vicino alla superficie, quasi pop nella sua struttura ritmica con due linee di basso che si inseguono; eppure il testo è un inno criptico al “morire giovani e innocenti”, e il contrasto tra forma e contenuto è, in fondo, il punto. Su queste coordinate, Other Voices costruisce un’architettura ancora più algida — Simon Gallup al basso svolge il lavoro che altrove spetterebbe a un’intera sezione d’archi — concedendosi nientemeno che un riferimento letterario a Truman Capote (Altre voci, altre stanze, 1948), di cui conserva lo stesso senso di vuoto provinciale: lontano geograficamente, ma identico nella qualità del suo silenzio interiore.
Il disco compie le sue mosse più lungimiranti a metà percorso. All Cats Are Grey e The Funeral Party sono i due brani in cui i Cure smettono di essere post-punk e diventano qualcos’altro: i synth — che oltre il vallo d’Adriano gruppi come i Cocteau Twins piegheranno verso l’ethereal wave — qui avvolgono invece di tagliare, la batteria arretra, e il suono si dischiude verso territori che la band avrebbe esplorato in modo sistematico solo con Disintegration, otto anni più tardi.
Ispirata alla saga gotica di Mervyn Peake, All Cats Are Grey sembra già contenere, in filigrana, il futuro della band; Doubt infrange questa sospensione con qualcosa di più fisico e violento — la voce di Smith in primo piano, percorsa da fremiti di rabbia — e pare che siano state proprio queste session a spingere il trio a chiudere finalmente le registrazioni di un album che rischiava di non trovare mai una fine.
The Drowning Man è forse il brano che meglio distilla l’estetica del disco: il minimalismo dei primi due lavori, ma gravato da un pessimismo cosmico allora inedito. E la title-track conclusiva — sette minuti di basso strisciante e una voce che sembra emergere a fatica — raggiunge il punto più oscuro della prima fase dei Cure, salvo poi affidare, negli ultimi istanti, un messaggio di speranza paradossale: non resta altro che la fede. Che, in quel contesto, è tutt’altro che un lieto fine.
Faith raggiunse il quattordicesimo posto nelle classifiche britanniche, sorprendendo tutti — band inclusa — e contribuendo, contro la volontà dei suoi autori, a consacrare i Cure come paladini involontari del goth nascente. I fan di Boys Don’t Cry si sentirono traditi; quelli arrivati dopo cercarono conferme che non sarebbero mai arrivate. I Cure, come avrebbero dimostrato nei quattro decenni successivi, non sono mai rimasti abbastanza a lungo dentro un genere da potervi essere contenuti. Faith è la prima, inequivocabile manifestazione di questa irriducibilità.
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