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7.1

Nella musica di Emiliana Torrini ci sono sempre stati il gusto nordico e la classe degli intrecci minimalisti di piano e archi, il furore dei vulcani silenziosi, la sfavillante atmosfera da sogno. Che la natura giochi un ruolo fondamentale per gli artisti islandesi, ormai lo abbiamo capito. Quel suo brusio sotterraneo che attraversa il gocciolare dei ghiacciai, il fischiare delle sorgenti di acqua bollente, l’eruzione dei geyser o il gorgogliare del fango muto: tutto si ritrova a essere un quadro sonoro e spirituale che caratterizza anche i dischi di Emiliana Torrini. Dopo anni di ricerca, collaborazioni, bagni di gloria e migliaia di concerti, nel 2014 la cantautrice di Kópavogur ha smesso di lavorare con la sua storica band per iniziare a suonare con chiunque la contattasse. Una scelta coraggiosa che, fra le altre cose, l’ha portata ad esibirsi con un gruppo gipsy a Cordoba, con una jazz band sperimentale a Berlino, e a Reykjavík in due spettacoli sold-out con un’orchestra sinfonica islandese di ben 60 elementi. Quando due musicisti, nonché fan di lunga data, l’hanno invitata a collaborare per alcuni concerti dal vivo, la cantautrice islandese ha chiesto loro di ri-comporre e ri-vestire alcuni dei suoi brani più famosi, per capire quale idea avessero della sua musica. Il risultato ha visto un’interpretazione del tutto nuova e intrigante di Animal Games, canzone di punta del suo ultimo lavoro Tookah, e proprio questo ha convinto la Torrini a lavorare a 360 gradi con questi due ragazzi arrivati dal Belgio. Aariche Jespers e Kobe Proesmans, padri fondatori della ormai numerosa e variopinta The Colorist Orchestra, hanno permesso a Emiliana Torrini di reinventarsi animale da palcoscenico grazie a un vero e proprio ensemble strumentale che vive il momento del concerto in maniera viscerale. L’incontro fra la Torrini e l’orchestra ha dato vita a un album live, The Colorist & Emiliana Torrini, composto da nove canzoni simbolo di una riuscitissima ed emozionante collaborazione e memoria sonora di un’esperienza davvero unica, grazie alla resa dal vivo di una selezione di vecchi successi della Torrini insieme a due brani composti per l’occasione.

Anticipato dai singoli Speed of Dark e When We Dance, il disco è un concentrato di poesia sonora, applausi del pubblico festante e retrogusto electro-pop dosato alla perfezione. Dall’irruenza colorata e reggaeton di Jungle Drum, all’essenza pianistica di Bleeder, passando per quella perla di multistrumentalismo e polvere pirica che è un pezzo come Gun, fino a una versione immacolata della synth-etica Caterpillar o al vortice ipnotico dell’inedita Nightfall, ciò che resta inconfondibile e unica è la voce di Emiliana Torrini al centro di ogni brano, come una turbina che sfrutta l’energia dell’ambiente circostante per ricaricarsi di bellezza. Nella sontuosa e brillante When We Dance, nata durante una tempesta elettrica che ha colto i Nostri in mezzo alla campagna belga, si avverte un senso di assoluta libertà ed eccitazione, si assiste a una reazione chimica musicale irripetibile. Le percussioni chirurgiche e gli archi dal profumo orientale della sempre splendida Blood Red aggiungono un tocco di eleganza matura senza spogliare eccessivamente il brano della sua originaria natura trip-hop.

Gli album dal vivo, si sa, sono un’altra cosa rispetto al disco registrato in studio: si ruba l’emozione del momento, l’errore umano mascherato con l’improvvisazione, il sentire – più o meno euforico – del pubblico presente. Un disco che ogni grande artista vorrebbe prima o poi registrare. E nel caso della Torrini, a fare la differenza è sicuramente l’entusiasmo dell’approccio dei musicisti e della stessa cantautrice, che ha saputo così trasformare un semplice disco live in una prova di forza. La qualità della registrazione, in grado di preservare perfettamente ogni sfumatura della voce, ogni più piccola tensione strumentale, ogni pausa melodica, ogni silenzio inaspettato, regala all’ascoltatore l’impressione dermatica di trovarsi esattamente in mezzo al pubblico, di fronte alla foresta di strumenti e colori dei musicisti belgi, immobilizzati dal flusso vocale della divina Torrini.

Utilizzando strumenti e arrangiamenti classici combinati a una grande varietà di creazioni musicali proprie, The Colorist riescono nell’intento di donare un suono originale e innovativo alle reinterpretazioni dei brani della Torrini, senza perdere di vista la propria natura di musicisti anarchici. Indubbiamente un album riuscito, pieno di spunti interessanti per un nuovo percorso da intraprendere, completo nel suo essere nato come live; se una pecca c’è, risiede nella mancanza talvolta di una certa fluidità nell’ascolto, ma in un’ottica di resa live è decisamente cosa da poco. Ci si può soltanto augurare che la voglia di collaborare prosegua, che ne nasca un nuovo linguaggio sonoro, per una glossolalia orchestrale, totalmente indipendente dalle avventure björkiane. E che questi applausi sinceri, questo modo di tenere la voce intrisa di quella grazia santificante propria della terra d’Islanda, siano solo le prime mosse di una lunga partita a scacchi con l’orchestra dei The Colorist.

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