Recensioni

Certe band sembrano nate per restare ai margini: influenzano tutti, ma non conquistano mai il centro della scena. I Chameleons, formatisi a Middleton nel 1981 con Mark Burgess, Reg Smithies, Dave Fielding e John Lever, ne sono l’esempio.
I tre album pubblicati a metà anni Ottanta — Script of the Bridge, What Does Anything Mean? Basically e Strange Times — avrebbero potuto collocarli tra i giganti del post-punk, ma un’industria distratta e un’indole schiva li ha confinati allo status di culto.
Il loro suono epico e sognante ha però lasciato tracce profonde: dagli Oasis ai Verve, dagli Interpol ai Killers, molti hanno riconosciuto il debito. Ventiquattro anni dopo Why Call It Anything, Burgess e Smithies rimettono in moto la macchina con Arctic Moon, disco che, tra sporadiche aperture orchestrali curate da Pete Whitfield e una scrittura più matura, cerca un equilibrio tra passato e presente. Il cuore del progetto resta al suo posto: chitarre riverberate col retrogusto gotico, basso avvolgente, la voce carismatica ed evocativa di Burgess.
L’apertura è con i volumi ben alzati: Where Are You? richiama i giorni migliori, ma il disco si muove su toni differenti, rispolverando jangle sound (Lady Strange) e glam ballad (Free Me). A proposito di anni ’70, David Bowie Takes My Hand, con piano a coda e arrangiamenti espansi, è il brano più ambizioso: oltre otto minuti che partono bene, con richiami alla saga di Major Tom, per poi perdersi nella prolissità.
La chiusura, Saviours Are A Dangerous Thing, è una missiva contro la fascinazione per i leader che promettono soluzioni facili a problemi complessi, richiamando echi inquietanti degli anni ’30. Denuncia la seduzione della propaganda e l’illusione dei salvatori, con un messaggio chiaro e incisivo che risuona forte tra la fan base.
Arctic Moon non è un ritorno col botto, ma conferma una band crepuscolare, che evita facili anthem o rincorse a una nuova giovinezza: qui la trama vince sul ritornello, i dettagli sull’effetto immediato. I testi restano la parte migliore, gli arrangiamenti fanno il loro, con dignità e gusto.
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