Recensioni

Se Thought For Food fotografava due anni di work in progress febbrile, The Lemon Of Pink impone maggiore limpidezza sonora e solidità formale. Ovvero, suona come i The Books a cui sia stata data l’opportunità di esprimersi al meglio: il timbro scintillante delle corde, il tepore vellutato delle voci (femminili), il frinire ombroso degli archi, il nitido ancorché convulso prodigarsi degli espedienti sintetici (vedi come disinvoltamente in Tokyo il materiale analogico percorra le piste dei microchip), l’astruso balenare dei found voices (anche in italiano, come nell’inquieta tessitura di S Is For Everysing o nell’ipnosi Stereolab di Take Time, dove in qualche modo tornano alla mente certi Floyd del lato scuro della luna). Ci guadagna (molto) la confezione, ci perde (parecchio) la fragranza, si disperde (un po’) il fragile, miracoloso equilibrio (che era poi uno squilibrio su abissi nonsense) dell’esordio. Possiamo quindi parlare di un passo indietro, pur conservando la proposta un tutt’altro che trascurabile fascino naif. La cifra espressiva infatti non cambia, tolta qualche ulteriore concessione a certi schemi electro di scuola wave coniugati post-rock (la quiete crepuscolare al crocicchio Eno–GYBE di There Is No There), che del resto rendono oltremodo vivida e palpitante la commistione tra tessiture sintetiche e fraseggi folk (la serialità minimale con striscianti influssi Beta Band di A True Story Of A Story Of True Love).
Come le paradossali associazioni di colori nel quasi omonimo libro per bambini di Hervé Tullet (Pink Lemon, 2002), lo iato tra esecuzione/riproduzione dei suoni e la loro manipolazione/simulazione tira in ballo l’essenza astratta del reale, chiama a raccolta la sensibilità nascosta, ci invita a guardare noi stessi che ascoltiamo, sorta di specchio particolarmente sensibile ai moti dell’anima. A tal proposito, si prenda la brevissima PS: i fonemi non raggiungono la dimensione compiuta dei significanti, non sono “parole”, sono balbettii pieni di eccitazione e imbarazzo ed altre mille cose appena percepibili o immaginabili, tuttavia proprio di questo sono espressione efficace, potente, compiuta. In meno di un minuto di quasi niente c’è una stanza, un’intimità, si intravedono relazioni e conseguenze, si incontra la vita vivente. Questa è la poetica – se di poetica è lecito dire – di Zammuto e De Jong.
Il loro talento è renderla invisibile, leggera, potabile come un passatempo qualsiasi, in questo vicini a certo Jim O’ Rourke il cui spirito sembra aleggiare nella toccante That Right Ain’t Shit, e assai simili a certi indolenziti abbandoni targati Califone (vedi il folk-blues struggente della “prima” title-track, la seconda essendo il perorare astratto/artefatto di un claudicante violoncello). Si fermassero adesso, avrebbero appena lasciato intravedere qualche cedimento (inevitabile?) alla maniera, rimarrebbero cioè quell’adorabile fenomeno di culto che un giorno è andato molto vicino a salvarci il cuore.
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