Recensioni

7.4

“The blues is number one!”. È così che Jon Spencer urlava con la foga di un predicatore evangelico nell’album Orange, sottolineando come proprio lì affondino le radici di gran parte della musica che ci accompagna dai primi del secolo scorso fino a oggi. Il problema è che, con il passare dei decenni, la formula originaria è stata spesso diluita e commercializzata fino a perdere buona parte della sua pregnanza, trasformandosi talvolta in un genere per collezionisti benestanti di chitarre vintage, amplificatori boutique e costosi box set. Dall’altra parte, secondo numerosi detrattori, il nodo starebbe invece nella sua fossilizzazione: un patrimonio culturale ridotto a sterile esercizio filologico e non più materia viva e vibrante, come il blues dovrebbe essere per sua stessa natura.

Insomma, che lo si rilegga in chiave modernizzata o che ci si rifaccia rigorosamente alla tradizione, le critiche non mancano mai. Lo sanno bene Dan Auerbach e Patrick Carney, meglio conosciuti come The Black Keys. La loro carriera si è sempre mantenuta in bilico tra tradizione e modernità, passando dal ruvido garage-blues degli esordi ai grandi successi mainstream di Brothers, El Camino e Turn Blue. Un equilibrio, però, maledettamente difficile da mantenere. Infatti, quando le loro ambizioni commerciali si sono fatte più evidenti — vedasi prove tutto sommato deludenti come Let’s Rock e Ohio Players — il duo è diventato bersaglio della critica e, a rendere il quadro ancora più amaro, anche dell’indifferenza del grande pubblico.

Non è un caso che alcune delle loro prove più celebrate siano proprio quelle targate Fat Possum, insieme a quell’esperimento di contaminazione tra blues elettrico e hip hop che fu il progetto Blakroc, a cui si è aggiunta in seguito la raccolta di cover Delta Kream. Episodi in cui accuratezza filologica e urgenza espressiva si incontravano senza bisogno di fronzoli o sovrastrutture, affondando i denti nella materia cruda e sanguigna di cui è fatto il blues nella sua forma migliore.

Come nel sopracitato Delta Kream, anche in questo nuovo Peaches! la parte del leone spetta a brani scritti dai bluesmen David Kimbrough Jr. e R.L. Burnside. A questi si aggiungono firme quali Ike Turner, Wilko Johnson e Arthur Crudup — autore di That’s Allright (Mama), resa celebre da Elvis Presley. Un modo per tornare a reinterpretare il repertorio di alcuni degli eroi musicali del duo, a cinque anni di distanza da quel riuscito LP.

Se in quell’occasione a coadiuvarli c’erano due veterani della scena del “profondo Sud” come Eric Deaton e Kenny Brown, su Peaches! il personale coinvolto è ancora più nutrito. Oltre ai due musicisti già citati, si fa notare l’aggiunta di tastiere e sezione fiati, senza che questo finisca per appesantire le snelle ed efficienti dieci tracce della scaletta. E per quanto immediato sia l’appeal di motivi orecchiabili e ballabili come Where There’s Smoke There’s Fire, Stop Arguing Over Me, Tomorrow Night e You Got To Lose, non è certo sul piano della raffinatezza musicale che la tecnica chitarristica di Dan Auerbach mostri limiti, forte anche di un gusto e di una cultura musicale che negli anni lo hanno consacrato come produttore discografico di primo piano. Una menzione speciale la merita poi She Does It Right, classico firmato da Wilko Johnson per i Dr. Feelgood, qui trasformato in una sorta di omaggio alla declinazione “british” del blues.

In buona sostanza, il longplaying segna un ritorno alle radici più autentiche del duo, dopo alcune prove maggiormente orientate verso il pop-rock che avevano lasciato insoddisfatti un po’ tutti. Una sorta di sequel ideale del riuscito Delta Kream, del quale non dispiacerebbe affatto poter ascoltare, in futuro, anche un terzo capitolo.

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