Recensioni

7.1

Come sottolinea la scheda stampa, i Black Dog fanno techno non solo per passione ma anche per credo. La fanno fuori dai riflettori ma all’interno del Electronic Supper Club, un giovane collettivo stanziato nella loro Sheffield dove si fa musica “non venduta ai falsi valori, o agli smisurati ego delle dj star e neppure alle band che cercano la rapida scalata al successo“.

Techno dunque come artefatto musicale figlio di una secolarizzata città industriale, veicolo democratico e accessibile e dunque tranklement, che nello slang di Sheffield significa “un oggetto prezioso per chi lo possiede” (non prezioso di per sé). Tutto torna anche musicalmente nel socialismo ideologico/pratico del trio: sedici tracce d’artigianato d’alta qualità per altrettante storie/tracce che seguono la già valida tracklist di Liger Dogma del 2011 e una mancita d’eppì di quest’anno, The Return Ov Bleep e i due volumi di Darkhaus.

Tranklements rappresenta lo stato dell’arte di una techno contemporanea ma saldamente ancorata a ieri (la techno dub) e l’altro ieri (Motor City), fondata tanto su una cura del sample (rotondo, luccicante e comunque sempre black) quanto sull’intarsio del 4/4, un gran senso della misura e amore per ambient  (il remember 90s nell’umbratilità artica di un pezzo come Final Cut) e uk breaks (il drumming serrato su una melodia fine 80s di Mind Object) mai abusati e con una serie di dettagli sonici che ne garantiscono tenuta e integrità artistica. Traccia culto: Cult Mentality, a lezione d’eleganza tech-house. Il finale per sole tastiere, Spatchka: pura sci fi film music, l’incanto di semplici e democratiche tastiere. Miglior album finora per questa incarnazione dei Black Dog, ovvero Ken Downie, Martin Dust e Richard Dust.

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