Recensioni

«Nei momenti peggiori (molti), Bevis Frond è più che altro un abile manipolatore degli aspetti più deleteri del fenomeno del collezionismo discografico. Nei momenti migliori è l’equivalente musicale di un antropologo a caccia delle origini di una civiltà (quella rock)». La citazione di Piero Scaruffi, che definisce la creatura del britannico Nick Saloman con i consueti toni coloriti, ha un fondo di verità. Certo è che la discografia dei Bevis Frond è ampia e disomogenea, tanto che si contano più di venti album pubblicati in un trentennio. Un corpus che macina psichedelia, blues, indie rock, garage e molto altro su un suono certamente citazionista, ma in fondo con un’anima e un percorso apprezzabile.
La stessa anima che si coglie anche nella riedizione ad opera di Fire Records di New River Head (a cui sta già seguendo la ristampa di tutto il catalogo della band), album in realtà uscito nel 1991 e che forse rappresenta uno degli episodi migliori della discografia dei Bevis Frond. I tempi acidi, pungenti, lo-fi e perdutamente psichedelici di Miasma (1986) si scorgono solo in lontananza, anche se atmosfere indie rock à la Dinosaur Jr / Hüsker Dü di brani come Splendid Isolation ritornano anche qui, ad esempio in parentesi come Down In The Well. New River Head, tuttavia, è la consueta girandola di stili a cui la band ci ha abituati: un vedo/non vedo di no wave hendrixiana (White Sun), soffusi spartiti di blues evanescente à la Cream (Drowned, Wild Jack Hammer), hard riff in bilico tra Black Sabbath e Soundgarden (She’s Entitled To, Blurred Vision), improbabili svisate pseudo-irish-folk (Waving), collusioni con i Pavement (la title track), trip elettrici non lontani da certe cadenze Motorpsycho (Solar Marmalade), rimbrotti Byrds in chiave primi R.E.M. (He’d Be A Diamond). Ascoltati i sedici brani in scaletta, si arriva alla conclusione che alla base del disco vi sia una certa libertà formale che, nonostante i chiari riferimenti stilistici (che qualcuno potrebbe anche chiamare “assenza di carattere”), evidenzia la tipica incoscienza di Saloman (che qualcuno potrebbe anche chiamare “coraggio”), mostrando nel contempo la sua abilità nel mixare i vari ingredienti in un songwriting efficace e credibile.
Nei crediti del disco – in questa edizione è compreso anche un secondo CD con vari brani extra (da citare almeno la monumentale The Miskatonic Variations II) – compaiono Martin Crowley (batteria), Adrian Shaw (basso), Bari Watts (chitarra), Cyke Bancroft (sax e armonica), Barry Dransfield (violino) e, non ultimo, David Tibet (voce).
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