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7

Si sono fatti attendere a lungo, i Beauty Room. Sei anni separano l’uscita del primo omonimo album del duo (attorniato da eccellenti compagni di viaggio) e quella del suo successore, che ha suscitato l’entusiasmo di Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick, maestro dell’acid jazz detentore da oltre trent’anni del brand Incognito. Kirk Degiorgio (DJ e musicista londinese con un solido passato techno come As One) e Jinadu si sono presi tutto il tempo necessario, e con alcuni sessionmen di lusso hanno messo a punto una formula che trasporta con gusto, negli anni ’10, stili e suggestioni che partono dalla West Coast e attraversano con versatilità ogni decennio. Registrato con apparecchiature vintage a Los Angeles, a Londra e in Olanda, II è il punto d’incontro tra la storia e la modernità, tra gli Steely Dan e i primi Jamiroquai, tra Brian Wilson e il trip-hop intriso di soul dei Morcheeba, tra l’esperienza e la voglia di creare una zona franca, senza steccati, tra lo smooth jazz e il pop più fruibile.

Una scommessa niente male. Per vincerla, i due si sono fatti accompagnare da un ingegnere del suono che si cala alla perfezione nella parte (Peter Henderson vinse un Grammy per il lavoro svolto con i Supertramp in Breakfast In America), da Chris Whitten (batterista di Paul McCartney e Johnny Cash) e da due new entries come Brian Bromberg (già bassista per Elvis Costello) e Rob Harris. Ma la presenza più importante è quella dell’olandese Metropole Orchestra, riconosciuta per la sua capacità di spaziare senza problemi da un genere all’altro; tanto per ribadire le intenzioni serie dei Beauty Room, a dirigerla è stato chiamato Paul Buckmaster, il cui curriculum comprende album dei ‘classic years’ di Elton John e Space Oddity di Bowie.

Un’elettronica soffice avvolge grazie a bassi profondi, e si fonde con gli altri strumenti nello spazioso e ordinato soundstage e l’interpretazione di Jinadu in We Can’t Throw You Away, un sei ottavi con tracce vocali sovrapposte che ricorda lo Sting più raffinato, mentre in Shadow Falling Donald Fagen e Walter Becker vanno a braccetto con gli Zero 7. Nello spettro che si estende dagli Air ai Level 42 romantici di Leaving Me Now – senza gli orpelli che la rendono oggi meno desiderabile d’un tempo – trova collocazione All In My Head, signora canzone che sa ancora sedurre, incurante delle rughe e delle mode, certa del proprio fascino, con un ritornello semplice e d’effetto. Le note del piano inseguono i vocalizzi nella strofa dell’antiquariato di scuola Peter Cetera di Wonders In The Sky, e bene s’inserisce nel contesto la cover di Heaven Is In Your Mind dei Traffic.

II è un disco sinuoso, levigato ma non asettico, che può non far breccia al primo ascolto ma riesce ad entrare di soppiatto in salotto, ci fa compagnia alla fine di una giornata difficile e ci aiuta, complice, a creare l’atmosfera giusta per un aperitivo galante. I Beauty Room giocano a carte scoperte, eppure evitano di ricalcare pedissequamente le fonti. Non intendono cambiare il mondo, e sanno anche che di The Nightfly ce n’è già uno; il loro è un omaggio autentico e riuscito alla bellezza della Musica, al di là di spazio, tempo ed etichette.

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