Recensioni

La formula del duo, per i Black Keys, è stata una fortunata necessità, ma col tempo i due hanno cercato di ampliare sia il suono, aggiungendo musicisti in tour quando serviva, sia lo stile, portando il loro hard-blues verso una personale declinazione di indie-pop, dove i Beatles convivono col soul e con il lo-fi: in pratica, ciò che il nostro Stefano Solventi già evidenziava nella recensione di Keep It Hid, esordio solista di Dan Auerbach. Il quale, stavolta, va oltre, e invece di accompagnare qualche rapper, raduna gli amici con cui suona da un po’ per diletto o in tour e forma un gruppo nel quale tutti contribuiscono alla scrittura. Non che l’impronta del leader non si senta, visto anche il timbro particolare della voce, ma la scaletta risulta più movimentata – o meglio, diversamente – rispetto alla triade di ispirazioni dichiarata nelle interviste (“vecchi dischi soul, Captain Beefheart e il nuovo hip-hop”).
Il suono è ruvido, anche se le distorsioni pesanti sono state compresse (o sostituite dall’ormai onnipresente tremolo), il blues limitato, e se nell’iniziale Outta My Mind siamo in pieno indie rock tirato sulla batteria di Heart And Soul dei Joy Division (o di Tomorrow Never Knows dei Beatles, o di Let Forever Be dei Chemical Brothers), e benché nel disco si varii tra una Pistol Made Of Bones retrò come Stan Ridgway suonato dai Greenhornes, Cold Companion (mormorii Beck e chitarre da ultimi Beatles), la cavalcata quasi motorik della quasi eponima The Arc e le nostalgie 50s di Velvet Ditch, l’amore per il soul si palesa subito e spesso, in un disco che pende più verso i “lenti” che verso il rock.
Abbondano infatti le ballate, con risultati alterni: qualche volta sembra di sentire una versione indie di certi gruppi bianchi anni ’70 (Stay In My Corner, con in aggiunta malinconie Mercury Rev) con occasionali eccessi di sdolcinatezza, altre volte l’effetto “versione garage di una playlist di Radio Capital” viene scongiurato dai cori tanto armoniosi quanto perturbanti del gruppo vocale femminile delle Flor de Toloache (Chains Of Love, soul già dal titolo). Altre ancora – i momenti più interessanti – si tratta di vaudeville notturni e brumosi, dallo swing robotico: vedi Nature’s Child o Everything You Do (You Do for You), swing malinconico-Kinks a ritmo di reggae arrangiato come il Tom Waits post-Swordfishtrombones), oppure, quanto a Ray Davies e co., una Come and Go movimentata da un sottofondo di gemiti amorosi.
Ma questa abbondanza di melodie, soul e cura per gli arrangiamenti non è sintomo del pericolo, paventato anche ai tempi di Turn Blue, che Auerbach si sia dato al mainstream: o almeno, a chi scrive la produzione e il sound di questo disco sembrano ancora troppo informali, da jam tra amici, comunque troppo maleducati per certi salotti buoni del pop (dove di Lonely Boy ne accolgono una ogni tanto). Se poi invece che raggiungere il mainstream l’obiettivo era continuare ad ampliare la palette espressiva e intanto realizzare un bel disco, possiamo dire che è stato raggiunto.
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