Recensioni

7.1

Passati sette anni da Familiars, con i suoi fiati e profumi jazzy à la Calexico, e ben 11 da quel capolavoro di struggente impressionismo noir che è Hospice, Peter Silberman torna a riesumare la sigla Antlers. Green To Gold esce dopo un anno di pandemia ed è il suo lavoro più pacificato e avvolgente. Via i paragoni e i saliscendi emotivi à la Arcade Fire (e oggi diremmo National) degli esordi, via il sound indie rock con la batteria ben in evidenza di Burst Apart, dentro un sound bucolico e rassicurante affidato a chitarre e spazzole, intriso di un’aura West Coast da tempi d’oro e sospeso in un limbo magico che a tratti ricorda il classico Deserter’s Song. La parte Mercury Rev / Carrolliana del disco, come quelle parentesi psych altezza Radar Bros (Stubborn Man, It Is What It Is), sono quanto di meglio abbiamo ascoltato quest’anno per dimenticarci ansie, stress e pressione sociale.

Wheels Roll Home, It Is What It Is, Solstice e Just One Sec, ovvero i brani che lo hanno anticipato, non potrebbero essere migliore premessa: atmosfere essenziali, calme e rilassate, solari e romantiche, imbastite con il solo ausilio di voce, chitarra ritmica e quel poco altro che, quando s’inserisce, lo fa in punta di piedi illuminando angoli preziosi – vedi il clarinetto di Jon Natchez in Wheels Roll Home, il violino di Will Harvey su Solstice o il violoncello di Brent Arnold in Stubborn Man.

Per registrare Green To Gold pare che Silberman e il batterista Michael Lerner (Darby Cicci se n’è andato nel 2019) si siano fatti delle hike infinite lontano dalla civiltà. Chissà se il duo ha percorso gli incantevoli sentieri di Sequoia Park o di altri paesaggi californiani, oppure ha preferito rimanere  più vicino a casa, a Upper State New York dove Silberman è cresciuto. A proposito di casa, Wheels Roll Home parla proprio di questo, del ritorno a casa come di un porto sicuro, uno spielberghiano luogo della mente in cui lasciarsi alle spalle i problemi, mentre l’old time music (con slide guitar in bella mostra) di Just One Sec affronta in chiave psych-soul l’interessante tema del liberarsi di noi come persone per lasciare che sia l’individuo a trovare il contatto con l’altro.

Ci siamo capiti, questo è uno di quei dischi fuori dal tempo che suggerirebbero all’ascoltatore un posto tra i classici. Non siamo a quei livelli ma dalle parti di un lavoro sincero e ispirato che tiene bene lungo i suoi 47 minuti di durata. Sono 10 brani, nessuno da scartare, un paio – è vero – un poco soporiferi (Volunteer tipo), ognuno però prezioso all’interno di un mosaico dalla sfumatura particolare, Green To Gold.

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