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7.5

Chi ha davvero bisogno del suo mignolo destro? Venderlo sarebbe un grande investimento per me e per il futuro della mia famiglia”. E’ Michael Gira che parla e sta alludendo alla cifra di $250.000 che chiedeva qualche anno fa a chiunque fosse stato interessato ad acquistare il mignolo della sua mano destra… Se con gli Swans economicamente non andava proprio di lusso, nemmeno con gli Angels Of Light si sbanca al botteghino e allora tanto vale perpetrare (scherzosamente) l’offerta di cui sopra e sviscerarsi come uomo e come musicista, ancora una volta, l’ennesima, con il nuovo disco degli Angeli. We Are Him per Michael è come una straziante salita al Golgota, coordinata dal profeta Joseph e dai fantasmi interiori che tornano ad agitarsi e a sbraitare.

La chiave per capire un lavoro come questo sta tutto in quello “scomparire da se stessi” di cui si dice in sede di intervista. Trascendere per trasformarsi. Per gli Angels Of Light questo significa superare il tappeto strumentale messo in piedi dagli Akron/Family durante le prime sedute di registrazione, che non sembrava fotografare bene le ferite di Michael, di nuovo esposte in evidenza, di nuove bisognose di essere grattate via. Da lì il percorso si è fatto accidentato ed impervio, per quanto folta è la folla di ospiti e collaboratori: Christoph Hahn, Bill Rieflin, Eszter Balint, Julia Kent, Larkin Grimm, Paul Cantelon, Siobhan Duffy… ma per forza di cose è Michael a ritagliarsi la parte del protagonista, “The God Of This Fuckin’ Land”.

Sparge veleno su queste folk ballads da crooner e ingrossa il petto e i ritmi per blaterare visionario di Joseph e della sua missione. Black River Song  inizia maliziosa, con un piano da vaudeville come fossero dei Birthday Party in trasferta a Memphis e reitera malsana il concetto con quella ripetitività ossessiva così autografa, che il tirare in ballo certi Swans non pare proprio un’eresia. Fa anche meglio la successiva Promise Of Water, che avanza come una marcia funebre, macchiata di southern gospel e intona un sudario di colpa e redenzione: “There’s some people on earth and they scrape in the dust/If you kill them enough they will look just like us/ And just as it was is just how it will be/For the promise of water I’ll walk on my knees”. In Not Here / Not Nowil tocco apocalittico dei cori di Larkin Grimm e Siobhan Duffy fa in qualche modo il verso a quelli che faceva Jarboe all’epoca dei “bunny records”, anche perché il brano ha più di qualche dettaglio da condividere con White Light From The Mouth Of Infinity e Love Of Life. “Let him in / Let him in / Let him in” è invece l’invito esplicito che intona We Are Himal ritmo caracollante di un country incalzante e vigoroso, dopo che un drone introduttivo aveva preparato l’orecchio per il botto e la cassa toracica ad aprirsi. Ancora più country Goodbye, Mary Lou che è macchiata da un tono isterico e inacidito, tanto più che la canzone “è dedicata a molte delle mie passate ragazze. Vorrei che loro salissero attraverso il blu – in paradiso – in modo che potessero guardarmi dall’alto e continuare a torturarmi senza fine, per sempre”. E allora il testo non può che fare: Mary Lou, I renounce you/Mary Lou, fu-fu-fuck you”.

In questo disco c’è la nervosa malia delle migliori cose di Michael e come se fosse una cartina al tornasole, sulla copertina torna un dipinto di Deryk Thomas, che non vedevamo dai conigli e dai bambini in fiamme dai dischi folk degli Swans dei primi ’90. Ma l’essenza dell’ultimo Michael Gira non è quella di mostrare una coppia di stimmate con sacrale e monastico distacco. Michael Gira non è Nick Cave. Michael Gira è Joseph, un profeta per modo di dire, uno che non sempre viene ascoltato, anche se nell’ultima Star Chaser fa di tutto per farsi sentire, ripetendo incessantemente, fino alla fine: “You live on in me”.

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