Recensioni

Dalle pieghe degli anni ’80, la Staubgold ripesca le testimonianze di quello che nella sua breve vita fu un esempio di utopia dal sapore americano (benché gli unici americani nel gruppo, nonostante il nome, fossero soltanto gli antenati di uno dei fondatori): i 49 Americans, sorta di collettivo free-form che nei primissimi anni del decennio produsse i due album e l’EP raccolti in questo lungo cd (40 canzoni).
Utopia americana e ultra-democratica, nel senso che, con un mix di serietà ed evidente ironia, portava all’estremo le istanze del punk, secondo cui tutti potevano suonare uno strumento anche se non sapevano farlo, seguendo l’idea che la musica è per tutti. Persino per chi sa suonare, verrebbe da dire trovando nei crediti anche l’ex Flying Lizards David Toop e altri, venuti fuori dal giro di un London Music Collective che si riuniva nel capannone dove i Nostri trovarono ospitalità. Ma anche perché il collettivo dichiarava, come obiettivo, la ricerca della felicità (che è nella Costituzione USA) e rivendicava la parità tra tutti i generi di musica, l’uguaglianza tra musicisti e non-musicisti che suonano con spirito anti-divista e per il puro gusto di stare insieme, divertirsi e sorprendersi a vicenda: libertà era anche libertà dai limiti tecnici.
Questo principio, messo in atto accogliendo e coinvolgendo più o meno chiunque fosse nei dintorni (perfino le madri di due del gruppo) e giocando a scambiarsi gli strumenti sul palco (ovvio che poi, come ricordato nel libretto, gli intervalli tra un pezzo e l’altro fossero più lunghi delle brevi canzoni in repertorio), veniva applicato non a un rock furente di anarchia e nichilismo ma al pop, secondo quanto enunciato in It’s time, cioè che “la musica allegra non dev’essere per forza stupida” – ma anche per fuggire l’aborrita seriosità che Toop e Giblet riscontravano nei gruppi contemporanei.
Il risultato è in linea con l’approccio, e dalla semplicità apparente sgorgano piccoli bozzetti di pop sgangherato e allegro, minimalista e informale, con una magia serena e innocente à la Jonathan Richman (e che specie quando si gioca al pop accorato, richiama anche i Magnetic Fields), da un lato ricordando la contemporanea esperienza dei Beat Happening, dall’altro accogliendo cascami pop di ogni tipo e latitudine: qui siamo al doo-wop (l’iniziale, eloquente fin dal titolo Doo-Bee-Doo-Bee) e lì ai Contortions (o giù di lì, vedi Glimpse Go By), qua alla salsa (Liberty) e là alla bossa (Taste), passando per il rockabilly (It Is And It Is) e all’incirca qualsiasi altra cosa, tipo una title-track che rilegge Lee & Nancy in chiave notturna o la versione degenerata del Gainsbourg percussivo con inserti quasi disco di Mon Nuisance. E così via.
All’epoca del disco che dà il titolo alla raccolta, i Nostri erano passati dalle canzoni di 58 secondi fatte in casa con un mangianastri a cassette del primo singolo (che con programmatica generosità ne conteneva 14, il massimo possibile), rispetto alle quali Inascoltable degli Skiantos sembra una versione leccata di Avalon, a (relative) maggiori ambizioni sonore: la differenza si sente, sono anche aumentati i musicisti veri, ma lo spirito rimane lo stesso e la formula risulta meno estrema ma più compiuta.
Le ampie note del libretto ripercorrono la storia con lo stesso spirito della musica, risultando quasi altrettanto divertenti. Un ripescaggio davvero meritorio.
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