Recensioni

Being Funny In A Foreign Language, quinto album dei 1975, dura 43 minuti per 11 tracce. Circa metà rispetto all’esteso Notes on a Conditional Form del 2020. È un aspetto che fa notizia perché, fino a ora, la band di Manchester ha sguazzato negli eccessi. Dai titoli degli album, alla durata delle canzoni, dall’approccio trasversale al pop ai testi intricati e contraddittori dell’eccentrico leader Matty Healy. Forse desiderosi di rispecchiare le più disparate esperienze d’ascolto musicale contemporanee, negli ultimi album i 1975 non si sono preoccupati di soffermarsi su un genere particolare. Anzi, il loro punto di forza è sempre stato una cifra stilistica variegata capace di variare fra pop, funky, house, garage e derivazioni elettroniche. Elementi che giocoforza racchiudono il rischio di risultare stucchevoli e, in fin dei conti, non necessari.
Il nuovo album addomestica questo gusto per l’eccesso ed enfatizza i fondamentali: appiccicose chitarre 80s, percussioni sorde, sax sdolcinati e una serie di motivetti tanto irritanti quanto contagiosi. Con la produzione dell’ubiquo Jack Antonoff, Being Funny non è solo l’album più breve della band, ma forse anche quello più a fuoco. Rappresenta un ritorno alle origini, passando dall’abbondanza sonica all’approccio pop-rock e fondendo aspetti e idee musicali delle hit soft-rock di una trentina di anni fa con una sensibilità moderna. Fatto che risulta immediatamente distintivo e familiare. C’è però il lavoro in studio che a tratti primeggia sulla composizione genuina, finendo per generare un sound patinato che rischia di mancare di autenticità.
Con Antonoff a destreggiarsi nell’arduo compito di dare sostanza a volte agli “inni grandezza stadio” della band, altre alle loro ballate folk intimiste, l’album riprende il discorso da I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful yet So Unaware of It. Da una parte un intenso, luminoso e irriverente soft-pop che sembra costruito a tavolino per far breccia nelle classifiche mondiali, dall’altra un folk corale anni ’10 (altezza Bon Iver) ammantato da arrangiamenti soffici e patinati. Nel mezzo, un mestolo di classic rock (The Waterboys, Paul Simon, Peter Gabriel, Hall And Oats) che scorre nel DNA del disco, rivestito dall’ironia pungente di Healy.
Un brano come Part of The Band, per esempio, tiene in equilibrio l’arrangiamento sbilenco degli archi con un testo imbastito di citazioni e divertissement lessicali. Il tutto abbellito da una stratificazione fra il folk e lo psichedelico che, se non altro, regala uno dei momenti più interessanti del disco. Sempre nel filone soft-rock troviamo: la ballata emozionale All I Need To Hear, che sembra venire fuori da una sessione di jam session in stile R’n’B; Wintering, un inno alle vacanze natalizie passate fra le mura di casa, basato su ritmo vivace e una sviolinata pseudo-irlandese che fa tanto Ed Sheeran; Human Too, che tenta di comunicare con lo stile di Bon Iver e James Blake, ma manca del loro fascino misterioso. L’altra linea narrativa è tutta basata sul funky bianco, che non disdegna capatine nel mondo dell’elettronica. Happiness, in questo senso, è l’esempio più ovvio. Zuccherosi lick di chitarre scivolano elegantemente sulle note alte del sax. L’effetto è straniante, con le parti musicali fin troppo lavorate, stucchevoli, ripetitive. Non ci stupiremmo se dovessimo sentire uno di questi brani mentre aspettiamo di parlare con un operatore della Vodafone. Forse quello più papabile per questo triste destino è I’m In Love With You che, se nel verse sembra chiamare in causa Stevie Wonder, nel refrain si perde in un boy-band pop di difficile digestione.
Forse le cose più interessanti si trovano in testa e in coda al disco. L’opener non nasconde l’amore dei 1975 nei confronti degli LCD Soundsystem e fa risuonare degli accordi di pianoforte non lontani da quelli ultra-emozionali di All My Friends. Mentre Healy dà voce al suo lamento sulla vita moderna («Whimsical / Political / Liberal / With young people as collateral»), il brano riverbera negli accenni di sax sul finale, mostrando un coraggio compositivo e una produzione decisamente affilati. In coda, About You fa la differenza. Il brano si pone come diretto discendente di A Brief Inquiry into Online Relationships, forse l’album più coraggioso del quartetto inglese. Siamo in zona 80s manierato e laccato, con un pizzico di George Michael, voci velate da archi in picchiata, chitarroni fuzz e sonnolenti note di sax.
L’arrivo di Antonoff è servito a riportare i 1975 su un territorio più familiare e confortevole. Il suo tocco, però, non fa miracoli. Anzi, non emerge affatto se la band cerca nella sua produzione una conferma della propria bontà, un riflesso del proprio stile, piuttosto che un’occasione di rinnovamento. Detto ciò, è innegabile che Being Funny raggiunge l’obiettivo massimo possibile, dopo che la band era passata per la (non necessaria) fase sperimentale della carriera. Espande le traiettorie tracciate in passato, ma le concepisce in un pacchetto più organizzato, conciso, bilanciando l’anima danzereccia con quella malinconica. Da qui si può solo alzare l’asticella.
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