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Finora il 2014 per Ed Russell aka Tessela è stato anno di raccolta dopo aver seminato e fatto crescere nelle stagioni precedenti rigogliose piante sul terreno breakbeat, con una proposta che non ha mai nascosto i riferimenti alla rave techno anni Novanta inglese e che, giusta al momento giusto, ha sfruttato il generoso humus jungle e la scia di fertilizzanti false memories e slow/fast sound.
I due EP fatti uscire nel 2013 (le energiche staffilate Hackney Parrot, primo e finora unico prodotto in catalogo della sua nuova label Poly Kicks, e Nancy’s Pantry, esordio per la R & S, l’etichetta belga che dal 1984, con il glorioso payoff “In order to dance“, è parte della storia dell’elettronica – vedi ad esempio alla voce Aphex Twin) hanno contribuito a mettere Tessela sotto i riflettori dell’hype, fino ad aprirgli le porte della residency BBC Radio 1, che lo trova inserito in un palinsesto di nomi come James Blake e SOHN, ma anche Steve Angello e Martin Garrix.
A compulsare le tracklist delle quattro puntate di un’ora ciascuna condotte da febbraio a maggio dal ventiquattrenne Russell si trovano i principali riferimenti bibliografici dell’enciclopedia tesseliana: c’è Pearson Sound e la sua Hessle Audio, c’è Special Request, ma anche Untold e Perc (per il quale Tessela ha realizzato in aprile un ottimo e personale remix di Take Your Body Off), c’è un remix inedito del fratello maggiore Truss (con il quale a gennaio ha incrociato i piatti in un godibile back-to-back firmato Boiler Room), ci sono tanti rimandi alla scena di Bristol (Peverelist, Asusu), fa capolino anche Andy Stott (insieme Miles Whittaker, come Millie & Andrea), ma spiccano le tante manifestazioni di stima per due etichette all’estetica lo-fi delle quali il Nostro sta facendo sempre più riferimento, The Trilogy Tapes (in particolare le recenti release di A Made Up Sound e Minor Science) e (soprattutto) L.I.E.S. Records.
Ed effettivamente se Rough 2 fosse stato pubblicato dalla label di Ron Morelli invece che dall’etichetta belga dal cavallino rampante non si sarebbe alzato alcun sopracciglio. L’EP da un lato prosegue sulla strada dei due precedenti, riprendendo lo stop & go dell’amen break interructus di Hackney Parrot /Helter Skelter e la jungle “rave-vivaleggiante” di Nancy’s Pantry, dall’altro ne estremizza il coté noisy e fai-da-te. Nella title track c’è subito esibizione di grande personalità, con il breakbeat che chiama a raccolta, multilayer di hi-hat affilati e smanettamenti di synth retrofuturisti. Butchwax gioca in pieno territorio morelliano, con un approccio industrial più realista del re, sporco e immediato, che sarà apprezzato nei peggiori dancefloor (di Caracas). C’mon, Let’s Slow Dance è esperimento più estremo: i bpm si dimezzano, i crescendo rumoristi non si sfogano mai ma rimangono sospesi, tra progressive bordate di synth e handclap distorti, per una costruzione tanto precisa quanto cattiva. Bye bye jungle?
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