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Terza prova solista per la cantautrice canadese, di stanza a Londra, Tess Parks. Nel nuovo lavoro, Pomegranate, ritroviamo un’artista matura, completamente a proprio agio nella veste cucita insieme all’amico e collaboratore Ruari Meehan, già al lavoro nell’album precedente dalle tinte più notturne, And Those Who Where Seen Dancing (2022) e in quelli che hanno visto Parks collaborare con Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre (I Declare Nothing, 2015).

Pomegranate affonda le proprie radici in un’estetica sonora di stampo nineties dove l’ombra lunga di Newcombe continua ad aleggiare con il suo carico di inquietante ed estatica neopsichedelia, riletta dalla Parks alla luce di una miscela che – da sempre – prova a fondere intensità ed inafferrabile leggerezza. Il segreto alchemico di questi nove brani, sempre in bilico tra riflessioni personali e temi universali, va rintracciato nell’aver saputo equilibrare – nei testi quanto nei suoni – il fascino della malinconia e il peso gravoso della felicità: una danza seducente che abbraccia i Jesus and Mary Chain di Stoned and Dethroned e, vezzosa, lascia che trame chitarristiche si mettano in scia ai più allucinati Stone Roses e Primal Scream.

Tess Parks galleggia eterea, tra l’ammaliante e il caustico, e ad accompagnarla in questo viaggio a tinte psych c’è il pianoforte di Francesco “Pearz” Perini e la batteria di Marco Ninni, mentre in scaletta sono disseminati archi sfavillanti su tappeti dreamy (Crown Shy), timbriche notturne e luciferine in quota Tricky (Charlie Potato), fischi à la Morricone nella folky Koalas e synth tarati ora su basse frequenze (Running Home To Sing), altre su toni più caldi ed acidi nella electro-chill Surround, a conferma di un lavoro che mette in luce, ancora una volta, la duttilità della cantautrice canadese, fedele si ad un registro stilistico ricorrente ma in grado di modellarlo a suo piacimento.

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