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7.3

Dopo un'annata abbastanza altalenante, fatto di alcune uscite controverse (DVA, Laurel Halo) e altre buone ma non autorevoli come ci si aspetterebbe (Burial, Hype Williams, Cooly G), la Hyperdub ha ancora forza per rifarsi e arriva giusto dopo l'estate con due dischi destinati a convincere senza troppo dissenso: l'uno a nome LV, il giusto compromesso tra intellettualismo e forza d'impatto in un dubstep contaminato di esotico (e ne riparleremo), l'altro firmato Terror Danjah, il caratterista del grime made in London, arrivato al secondo album giusto in tempo per dare una risposta assertiva all'estro abbondante espresso nel frattempo da Rinse con Royal-T.

Un parallelo, quello tra Royal-T e Terror Danjah, che assume i contorni di uno scontro generazionale, in un'area come il grime che sta vivendo lo stesso momento di passaggio-a-nuova-forma di dubstep e footwork: un duello a distanza tra giovani e veterani, tra impulsivi dell'esagerazione e amanti della forma. A convincere di più stavolta è l'anziano di casa Hyperdub, bravo a seguire i passi della new generation ma attento a non compromettere il carattere suo e del grime tutto. Per essere una vecchia volpe, Danjah mostra segni importanti di rinnovamento in pezzi come Mirrors Edge e Rum Punch che abbondano di wobble, energia e affettività al nuovo dubstep, o ancor più nell'apertura a uno dei feticci dei nostri giorni, ossia la collaborazione con le ladies of rhythm Meleka e Ruby Lee: la prima in You Make Me Feel ribalta la visione grime in luminosissimi orizzonti melodici, la seconda invece esalta in Delicately quella dicotomia tra breakbeat aguzzi e armonie soul che ha fatto la fortuna del filone future-garage.

Il bello di Dark Crawler però è vederlo solidamente posizionato tra sirene moderne e cura dello stile. Danjah non rivoluziona sé stesso e resta fedele alle linee caratteriali che lo contraddistinguono. Il suo background fumettistico/horrorifico resiste nella risata sintetica che copre tutto l'album, e stavolta sembra reso con un volto pronto alla rappresentazione cinematografica (non solo nella intro venata d'atmosfera, Full Hundred è fatta su misura per il prossimo Sin City). E il suo grime è ancora sporco e bastardo, hits come Air Max 90 e Dark Gremlinz rinnovano l'autonomia di Danjah rispetto ai binari patinato-rap della discendenza Dizzee Rascal spostando il peso su beatz, grasso che cola e arroganza da continuum. Si tratta di fare ancora il faro-guida, e Dark Crawler riassume tutto in maniera perfetta. È il misurato passo avanti di un gigante, mosso verso gli schizzi moderni ma ben piantato tra le due spalle solide. Senza rinunciare alle legittime scappatelle in casa Rinse, di dischi come questo ci sarà sempre bisogno.

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