Recensioni

7.5

Potenza del culto. Vero magnete catalizzatore, vero collettore, accentratore, focalizzatore. Cose per cui ci si molla. Tutti lì eravamo. In cinque di SENTIREASCOLTARE al Pirelli Hangar Bicocca, Milano, il 31 maggio 2016, per l’epifania Boredoms, attesa, voluta come una docile calata degli Unni. Tre milanesi – due nativi, uno adottivo – e due in trasferta, da Bologna e da Viterbo. Per vedere davvero finalmente da vicino Yamatsuka/Yama(n)taka, come si dice, la leggenda vivente (il Japanoise, la schizo-vocalità dei Naked City, eccetera). E Yoshimi (l’altra icona, e le OOIOO, e i Flaming Lips, eccetera). Per vederli dal vivo. Vedere cosa avrebbero fatto, cosa avrebbero combinato anzi. Se la fama delle loro performance, del loro piglio, del loro tiro è poi all’altezza della loro performance, quando davanti, dentro ci sei anche tu. Era la loro unica data italiana per questo 2016 (hanno portato lo stesso live al Primavera). Era l’anteprima di un festival giovanissimo ma già importante, Terraforma, che si tiene a luglio a Villa Arconati, a Bollate. Un sacco di SA concentrata in un unico incrocio spazio-temporale, e quando ti ricapita? Irresistibile la tentazione del pezzo a più mani, polifonico, multi-prospettico, come volete. Eccolo qua. Alla fine, a sei mani. Le immagini sono tratte dal profilo Facebook di Terraforma

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Il guizzo: lo slancio vitale

Già sulla carta, ai punti, l’idea era di quelle giuste. Mettere assieme due Soggetti, uno umano, uno spaziale, che se non dicono proprio le stesse cose, parlano della stessa cosa. Metterli assieme, magari metterli a dialogo. Comunque l’uno davanti – l’uno dentro – all’altro. I Boredoms che portano la loro musica, sempre più rituale, cerimoniale, tribale – il rumore come mezzo, non come fine – tra i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, una installazione, un ambiente che fa cinematograficamente pensare, diciamo tra un Begotten e un Mad Max, a un mondo post-atomico, solo residualmente, solo relittualmente umanizzato, ancora attraversato però, in una babele di incomprensioni, da sparuti spasmi di tensione verso un oleografico trascendente. Un’idea di dio che – “moderna”, non ctonia quindi – in fondo poi è sempre quella: di qualcosa che incombe, noi infimi, arrampicandoci, giù dal cielo, negli astri, il sole, le stelle. Lo scenario è maestoso, potenzialmente intimorente. Lo spazio immenso. Le persone un po’ vi si stingono, vi si diluiscono dentro, ma alla fine saranno quasi 1.000, e cioè: un sacco. Il palco posizionato tra due Torri, la Sefiroth e la Melancholia, con il pubblico appollaiato intorno, e il tutto occhiato, cinto da due lati da due delle cinque enormi tele, sempre di Kiefer, che da settembre 2015 completano l’opera: Jaipur (una megalitica piramide invertita) e Die Deutsche Heilslinie (una specie di viandante friedrichiano che filosofeggia davanti a una distesa desolata). Eye (derastizzato, maglietta rosa fluo, giovanissimo che mai diresti che c’ha 52 anni), Yoshimi e il batterista Yojiro Tatekawa salgono sul palco alle 21.30. Per le mani tastiere, laptop e percussioni di vario tipo, e tra queste delle specie di megadiapason protagonisti assoluti nei primi minuti del set. I tre girano in tondo sul palco suonando queste lunghe bacchette color ferro, un po’ chimes, un po’ gamelan, un po’ theremin, finendo con l’accumulare una tensione che trova risoluzione non in uno scoppio ma in una brusca cesura. Partono un po’ a rilento forse, con una lunga sezione che continuiamo a percepire come una intro-prima-della-partenza, un flusso di momenti eterodiretti da Eye, in versione muezzin buddista, con le due batterie a fare stop & go, lascia e prendi. I tre si guardano costantemente nelle palle degli occhi, concentrati, pendenti gli uni dalle (s)labbra(ture) degli altri. In una vecchissima intervista Jonny Greenwood (o era Colin) a domanda «qual è il pezzo più importante della band?» rispondeva senza esitare «la batteria». «Dà il senso di lettura, dà il respiro, dà appunto il ritmo a tutto quello che altrimenti potrebbe essere un insieme di suoni scompaginati, disorientati, insignificanti». Lo diceva in generale, non solo parlando dei Radiohead. E questa cosa ci torna in mente quando Tatekawa sembra cominciare a mettere i mattoni disposti da Eye in forma, una forma sì schizzata, sì irregolare, ma comunque architettonica, architettata, decisa. Saremo banali, oleografici e pre post-coloniali, ma in questo approccio alla costruzione dello spazio ritmico non possiamo non ritrovare la giapponesità, quell’approccio nerd lì, vedere anche Tatsuya Yoshida, che si lancia in frammentazioni molto simili, con il medesimo abnegatorio atteggiamento. Insomma, tutto questo per dire che dopo una cosa che è parsa una lunga introduzione, suggestiva certo, ma che a spanne possiamo dire non abbia convinto i più, i Boredoms si accendono, prendono la tangente e regalano un’ora gioiosamente piena di tensioni e rilasci, vuoti e pieni, puntellata come su palafitte dalle due batterie e attraversata come una nebulosa da scenari che quando non sembrano vagamente new-agey sono appagantemente noise, intarsiate dalle lallazioni di memoria nakedcityana che solo Eye (ancora prima e ancor più di un Patton). Noise ovviamente non come massiccio muro massimalista, ma come insieme di schegge che schizzano a destra e a manca, per un attimo sono all’unisono, poi come rifratte vanno ognuna per la loro strada, magari poi si ri-incontrano. Lunghi elastici tesi, chirurgici nel mettere in scena un ordinato guazzabuglio rumoristico-psichedelico (passando accanto a Yoshimi vediamo che ha davanti una risma di fogli finemente annotati e notati), i tre spingono il giusto, danno agli ospiti dell’Hangar quello che vogliono, quello che devono. Potevano spingere forse ancora un po’ di più, dovevano forse durare una decina di minuti ancora. Ma queste sono considerazioni fatte col bilancino: hanno spaccato. Il dialogo con questa location così ideale non c’è stato, vista anche l’inevitabile intelaiatura, cablatura del palco, che ha ritagliato così uno spazio nello spazio, un’alterità tra le Torri; c’è stata però come una sua sonorizzazione, una sua traduzione in musica, e allo stesso tempo una sua dislettura: laddove nell’opera di Kiefer la visualizzazione di questo slancio trascendente non può non ricevere una connotazione come di liminalità, residualità, inaridimento, infuliginimento, gli slanci di Yamatsuka, magari oggi anche nutriti di un mestiere – e di un rigore, e di una progettualità – che trent’anni fa proprio non erano di casa, sono ancora vitali e vitalistici. E parlano, in fondo, di sole, di vita, di speranza. [Gabriele Marino]

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Come solo poche volte: il timore reverenziale

Se l’esistenzialismo fosse una musica, sarebbe quella dei Boredoms. I giapponesi con le loro performance vogliono affermare la propria esistenza, non solo come esecutori o creatori di suoni, ma anche come veri e propri demiurghi di un materiale elastico da modellare, qual è la loro musica. È essa stessa a esistere, concreta, senza mediazione, e loro sono gli artigiani di sperimentazioni psicotiche ma allo stesso tempo ordinate secondo un preciso schema mentale e artistico. Il live dello scorso 31 maggio all’Hangar Bicocca di Milano mi ha sottoposto al sentimento contraddittorio – e non troppo frequente da provare durante una performance musicale – del timore reverenziale, quello che in inglese viene racchiuso nel termine awe, un misto tra stupore e soggezione, tra fascinazione ed estraniazione dal contesto. L’Hangar, luogo tutt’altro che caldo, è diventato la tetra e glaciale sala operatoria in cui i chirurghi puliti e ordinati capeggiati da Yamataka Eye ci hanno lanciato in faccia i loro suoni centellinati, destrutturati, e i loro insoliti strumenti inventati ad hoc – come quella sorta di tamburo che emette onde sonore da dirigere con le mani, o gli altoparlanti collegati alla batteria che, vibrando, fanno saltellare oggetti metallici a loro volta produttori di suoni/rumori. Il batterista Yojiro Tatekawa, impassibile (nell’espressione) quanto violentemente manifesto (nei colpi), diviene il catalizzatore degli umori del pubblico, grazie a quel gioco di tensione/distensione continua del ritmo delle percussioni di cui parlava prima il nostro Gabriele Marino. Le sperimentazioni, in quel luogo, con quel tipo di pubblico, sembrano aver estremizzato il concettismo del dato performativo, come una di quelle opere d’arte contemporanea che si prendono troppo sul serio. Ma a lasciarsi andare, il bruitismo a suo modo sensato ed elettrizzato dei Boredoms si è tradotto in un impulso alla catarsi e all’espiazione – forse dato anche dagli aspri vocalizzi di Eye o dal rito quasi tribale delle stringhe sonore. E, infatti, credo che l’unico ad aver afferrato (e assecondato) il dato rituale sia stato il ragazzo col cappello da pescatore che si muoveva come in preda a esorcismi o come sotto l’effetto di droghe sintetiche. L’ho alquanto invidiato. [Ilaria Nacci]

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Oltre l’estremo: il rito

Non ci sono state scelte estreme. Non è stato per nulla un live estremo. Non era estremo l’allestimento: semplicemente, un palco con quattro frontalità per permettere al pubblico di osservare il proprio protagonista preferito. Niente di minimamente avvicinabile ai concept del 77 Boadrum, per esempio. Non era estremo il volume: alto, sì, ma non assordante. Non era estrema la strumentazione. Sintetizzatore per Eye, percussioni orientali e occidentali, ma nessun colpo di teatro. Non è stata estrema la durata né l’intensità dei colpi sferrati dai tre. Eppure hanno segnato uno statement, poco semplificabile a parole, se non facendo ricorso al meccanismo del rito. Era difficile far diventare Hangar Bicocca con dentro Kiefer un contenitore. Una scatola magica che faccia spazio a qualcosa, essendo già così piena. Significava dare un riempimento ma anche uno spostamento collettivo. Lo spostamento è il rituale, il passaggio tra un prima e un poi. Non c’entra nulla il noise ma semmai la psichedelia. La psichedelia è l’unico vero rituale portato dalla musica rock. Un rituale irresistibile e replicabile, che si fonda sul passaggio a un altrove dove si è comunque lì, ma in modo diverso. Come diceva Durkheim, il rituale porta un’effervescenza psichica collettiva che rinforza l’identità di un gruppo. I Boredoms hanno compiuto questa missione difficile e ci hanno fatto entrare in un mondo dove far convergere rock percussivo, corrieri cosmici, motorik complessi sapientemente decostruiti dalle angolature cavalcate dalla(e) batteria(e), l’oriente e la sua sospensione temporale. [Gaspare Caliri]

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