Recensioni
Nella loro più che decennale carriera, i Boredoms sono diventati un’icona non solo della musica sperimentale giapponese, ma mondiale. Nata dal cosiddetto japa-noise e con un’attitudine decisamente punk, la creatura di Yamatsuka Eye ha oltrepassato nel tempo varie fasi, dal (r)umorismo distruttivista degli esordi a una dimensione che concedesse largo spazio all’improvvisazione; tutto ciò senza mai perdere la voglia di sperimentare, in particolare con la voce.
Nonostante un solo album, Vision Creation Newsun del 2000, abbia avuto una distribuzione americana e dunque una maggiore accessibilità in occidente, i Boredoms hanno raggiunto grandi consensi da noi, anche grazie ai progetti solisti di Yoshimi P-We (OOIOO) , Seiichi Yamamoto e dello stesso Eye, già famoso per la sua collaborazione nel progetto Naked City di John Zorn nei già lontani anni 90.
Alla fine del già archiviato 2004, Seadrum/House Of the Sun arriva come un bel dono (pre) natalizio e subito si infila di prepotenza tra le cose migliori uscite quell’anno. Due sole tracce, due metodi compositivi completamente diversi. Seadrum è un pezzo in continua evoluzione, che si sviluppa attraverso un incrocio progressivo di strumenti che, sotto la spinta di un crescendo ipnotico di percussioni, si trasforma in immagini di grande forza visionaria. Il pianoforte fa da sfondo e si stende come un velo a coprire il tessuto sonoro costituito dalla voce e dalle percussioni. Il paragone con il mondo intergalattico dell’Arkestra di Sun Ra sembra appropriato e rende l’idea anche dal punto di vista musicale: sonorità più vicine al jazz che al punk e una percussività molto africana nelle sue sovrapposizioni ritmiche; un suono che Eye ama definire soul e che, personalmente, mi richiama l’immagine di Chris Cutler che suona la batteria negli Osybisa.
House of the sun è un pezzo diversissimo dal precedente, statico e minimalista, con un tappeto di sitar su cui vengono disegnati fraseggi di chitarra elettrica quasi floydiani. Terry Riley, la pattern music delle micro trasformazioni, i raga indiani e il rock si mescolano in una sorta di fermo immagine in cui si muovono solo alcune parti, mentre il resto rimane un esile sfondo. L’idea, seppure interessante, non arriva tuttavia a esprimersi con quell’intensità emotiva che caratterizza Seadrum e probabilmente non giustifica pienamente i 23 minuti di lunghezza.
Se presi singolarmente, i due episodi di Seadrum/House Of the Sun mettono in evidenza il loro divario estetico: è proprio nella loro contrapposizione che il mare e il sole trovano il loro senso e si completano, in un piacevole gioco visionario con intenzioni quasi pittoriche. L’inesorabile staticità del sole e il continuo fluire del mare vengono disegnati con i colori del movimento e si ritrovano nelle loro differenze quasi in un gioco di specchi.
Considerati i passati trascorsi, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più estremo dal vecchio Eye, ma fa solo piacere avere la conferma che dietro quella violenza sonica non c’è il vuoto ma idee e progetti più ampi ed eterogenei.
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