Recensioni

Curiosa la storia dietro a questa band di Denver. Due ragazzi in età da college ma già sposati completano gli studi e mollano tutto, comprano una barca e girano per mesi nei mari dell'Est. Poi tornano e mettono insieme questo progetto, i Tennis, le cui liriche si basano sui loro trascorsi sull'oceano.
Come accompagnare musicalmente un'idea tanto insolita? In maniera purtroppo meno interessante. Sul piano della produzione la formula è sempre quella che parte dagli Strokes e incrocia il presente gusto lo-fi ma se parliamo di arrangiamenti tutto, dalla voce suadente della brava Alaina Moore fino alle ritmiche di chitarra, rimanda molto più indietro: siamo ancorati ai 60's più melodici, voci e coretti (Marathon) che sembrano uscire tanto da un varietà statunitense dell'epoca (Pigeon) quanto dalle spiagge californiane più drogate.
Ciò che spicca in questo esordio è l'abilità nel saper costruire canzoni. Non è una raccolta di brani epocali, Cape Dory, ma la cura certosina dietro ognuno di essi è evidente quanto inappuntabile: la rievocazione di certe sonorità non sembra casuale, anzi il gruppo deve averle mandate a memoria a giudicare dalla competenza e dalla sicurezza con cui va riproducendole. Banalmente, però, un buon disco ha bisogno anche di altre qualità per farsi riconoscere. Diversamente la parola 'gradevole' rischia di divenire sinonimo di 'prescindibile', tanto più se contempla un range di suoni inflazionato: e qui, per tornare all'oggi, ci si muove in un territorio dove Best Coast e Dum Dum Girls già primeggiano.
Amazon
