Recensioni

6

Cosa resta da dire su Taylor Swift nel 2025? Dodici album, centinaia di canzoni, miliardi di stream, record spezzati a ritmo stagionale e una fanbase planetaria che ha trasformato ogni sua uscita in un evento transmediale. Non sorprende che l’annuncio del nuovo The Life of a Showgirl non sia arrivato attraverso un canale convenzionale, ma nel podcast sportivo New Heights, condotto da Travis Kelce, fidanzato, tight end dei Kansas City Chiefs e futuro marito della nostra. Una dichiarazione di potere: Swift non è solo una popstar, ma una forza gravitazionale capace di riscrivere i confini del pop e della cultura di massa.

Eppure, proprio da questa posizione dominante, Swift sceglie di muoversi in controtendenza. The Life of a Showgirl è l’album meno appariscente della sua carriera recente: dodici tracce asciutte, perlopiù essenziali, dove scompare il maximalismo di The Tortured Poets Department e si dissolvono le produzioni barocche di Jack Antonoff e Aaron Dessner. Il disco, infatti, segna il ritorno in studio con Max Martin e Shellback, co-autori della sua fase più immediatamente pop (1989, Reputation), ma non recupera il loro spirito da hitmaker: qui il suono vira verso un soft rock arioso, avvolto da synth rarefatti, chitarre liquide e una patina vintage che richiama la California pre-yuppie. Più Joni Mitchell che Katy Perry, nelle intenzioni.

Il titolo stesso è una dichiarazione d’intenti ambigua: The Life of a Showgirl gioca con l’immaginario della diva, tra pellicce e palcoscenici dorati, ma lo fa con distacco, quasi come se la maschera stesse cominciando a pesare. Swift si presenta lucida e consapevole, eppure spesso distante. Il risultato è un disco riflessivo, multiforme e talvolta sfuggente, dove l’urgenza espressiva cede il passo a una certa misura.

Dal punto di vista narrativo, è chiaro che le dinamiche personali – in particolare la relazione con Kelce – abbiano lasciato un’impronta forte sul disco. Ma non c’è traccia di romanticismo idealizzato o confessioni incendiarie: Wood, probabilmente il brano più discusso dell’album, è un gioco ironico e allusivo che però scivola su un terreno sdrucciolevole tra autoironia e goffaggine. Altri momenti, come Wi$h Li$t o Elizabeth Taylor, sembrano voler raccontare la tensione tra i sogni borghesi e la vita da icona globale, ma restano a metà strada tra la caricatura e il diario privato. È come se Swift “felicemente innamorata” faticasse a trovare una nuova voce artistica all’altezza della sua vena più brillante. La scrittura resta elegante, ma meno affilata del solito. I bersagli – vecchi e nuovi – non mancano: Cancelled! e Father Figure (omaggio a George Michael costruito sull’interpolazione del suo classico del 1987) ritornano sulle note polemiche dei tempi di Kanye West, Kim Kardashian e Scott Borchetta, ma senza la rabbia cruda o l’intelligenza velenosa che caratterizzava le sue invettive migliori. Lo stesso vale per Actually Romantic, letta da molti come una replica velata a Charli XCX (e alla sua Sympathy is a Knife), ma priva della cattiveria necessaria a lasciare il segno. È come se, da regina incontrastata del pop, Taylor non riuscisse più a convincere – o a graffiare – nel ruolo di outsider ferita.

Musicalmente, il disco mantiene una coerenza estetica rara nel pop contemporaneo. La produzione, pur lontana dai colpi a effetto, è curata, setosa, quasi cinematografica. Un’estetica che trova il suo prolungamento anche fuori dal disco, in un progetto multimediale che accentua la dimensione narrativa e visiva del concept: già, perché per l’occasione è uscito anche The Official Release Party of a Showgirl, uno speciale da 89 minuti distribuito nei cinema, con scene inedite dai giorni di registrazione, backstage, confronti creativi in studio con Martin e Shellback, e l’anteprima mondiale del video musicale del nuovo singolo The Fate of Ophelia. Non mancano nemmeno i lyric video visivamente coerenti, girati in Super 8 o filtrati da un’estetica vintage da West Coast anni ’70, in cui Swift introduce ciascun brano con brevi commenti d’autore – spiegazioni, retroscena, riferimenti nascosti. Ogni canzone diventa così parte di un micro-racconto in un universo controllato al millimetro. Ma a questa eleganza visiva e concettuale non corrisponde sempre un impatto emotivo altrettanto forte.

Ruin the Friendship è forse il momento più toccante dell’album, con Swift che torna nella sua città natale e mette in scena un ritratto intimo e malinconico, libero da riferimenti culturali o provocazioni inutili. Ma è un’eccezione. Il resto del disco si muove in una zona di comfort ovattata, smaccatamente radiofonica, dove le melodie non esplodono mai davvero e i testi raramente pungono.

E allora come definire la nuova opera dell’artista a stelle e strisce? Non è un fallimento, né un’operazione pigra. The Life of a Showgirl è, piuttosto, un disco di transizione: il racconto di una popstar che cerca un riposizionamento tra le pieghe dorate del suo stesso mito, in un momento in cui la narrativa del “ritorno”, della vendetta o della rinascita sembra esaurita. In questo, può ricordare i dischi di certe cantautrici mature degli anni ’90, più interessate alla verità del dettaglio che alla conquista del singolo.

Resta però una domanda sospesa: cosa ha ancora da raccontare Taylor Swift, ora che ha attraversato ogni narrazione possibile – l’ascesa, la caduta, la rivincita, la consacrazione? The Life of a Showgirl sembra suggerire che, al termine di questo percorso, resti solo la rappresentazione di sé. Ma quando anche il ruolo della showgirl si svuota, quando l’eccesso diventa routine, allora l’icona rischia di confondersi con il proprio simulacro.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette