Recensioni

Misturando strumentazione classica ed elementi stilematici dal metal, flamenco, global folk e free form, quest’indipendentissimo trio newyorkese innesta le proprie visioni teatralcenturioniche nella visione epica di una natura originaria ed ancestrale. Menestrella dell’ignoto, la band arpeggia sonorità scippate dall’epopea dark folk (High Tide) e free trips di psichedelica ridondanza, nonostante i tentativi (talvolta maldestri) di negoziare un concilio ove Debussy copula con il doom, la rock opera concilia con un concept desueto, i più ispirati Godspeed You Black Emperor mesticano con i Dirty Three.
La coesività del progetto ambisce a strutture seventies (The Century Trilogy) addomesticate da intermezzi instrumental-solos, tanto per erodere l’impressione di non trovarsi di fronte ad un mero trio. Suppletivamente, l’addizione delle vocalist Sierra Cassidy (CocoRosie), Alexander e Damon McMahon (Inouk) e dell’onnipresente Devendra Banhart, determina gravi criticità nel definire lo stile del trio, straniantemente al crocicchio tra classica, heavy metal, bombast e psych-folk.
Keywords rintracciabili: Trees (Book Of Sands), Metallica (Sad But True), Black Sabbath (The Century Trilogy). La tecnica dei musicisti è eccelsa, se commisurata all’intento popular: il violino di Danny Bensi volteggia e gorgheggia solitario tra le tracks, segmentato ma dagli ingredienti trasversalmente originari ed originali, tanto da ammetterlo tra gli umori nuovi della scena prog integrata; gli ululati vocali contribuiscono a disorganizzare il quadro, assai sabbatico e trascendente su molti fronti, realisticamente inefficace altrove; le chitarre, acustiche o meno, scompigliano tendenze quadratiche, eppure il meglio sciorina dall’opzione “soloist” quando taluno dei membri specifica per una narrazione singola, estesa (The Lost Walt, Paolo Borracho), allora assai congruente.
Il precedente Atlantic, per metà live, prospettava ed anticipava le scelte del gruppo che, per Book Of Sand, prende in affitto una piccola isola nello stato di Washington e mette in pratica il balugine pandemonico ed empirico della religiosità orgiastico-baccanalica ai confini dell’ignoto, delegando alla follia delle note una maieutica razionalistica e filosofica. Ne risulta una tavolozza di colori variegata, compartimentata, in cui i titoli paiono performati da bands differenti, una compilation d’epigoni cosmici, orfani dell’assoluto, in bilico fra tradizione devilista e post-poiesi. Troppa carne al fuoco. Persino un sinth che non atrofizza il caos, ma lo monitora per incunearvisi: come una tarantola appunto. Potenze astrali, massonici naturalismi superomistici, intrighi alla Mogwai, pindarismi Skip Spence mnestici, che varrebbero un live act cui speriamo di presenziare.
Amazon
