Recensioni

Disco immediato quanto sottilmente elaborato, In The Sun Lines segna definitivamente l’uscita di Tara Jane O’Neil dalla categoria delle pure cantautrici.
Mentre i Retsin si concentrano sul songwriting per se, i lavori solisti della O’Neil si propongono piu’ come stream of consciousness dell’artista. Se In The Sun Lines fosse firmato da un altro nome e uscisse su un’altra etichetta se ne farebbero notare la ricchezza sonora, le divagazioni quasi di rumorismo, il paesaggio di strumenti sfiorati e di microsuoni.
E’ un folk mentale, implicito, come se il mixer volesse tradurre in fretta le sinapsi cerebrali, senza lasciar loro il tempo di prendere una forma definita. Una musica che vive di scatti nervosi, di rimandi interni troppo veloci per essere compresi e spiegati dall’orecchio razionale.
Le parti vocali sono distillate con parsimonia, nient’altro che uno strumento come gli altri. Il canto sale alla ribalta, con una umanita’ alla Robert Wyatt a fare capolino, solo in High Wire e In This Rough, non a caso i pezzi che piu’ ricordano Peregrine. Una misura dei progressi della O’Neil (la quale per quel che conta suona quasi tutti gli strumenti da sola) si ha già in The Winds You Came Here From, il primo brano del disco, con gli strumenti in rarefazione e la voce tremula a ricordare certe cose di Lisa Germano. Il primo vero slancio c’e’ pero’ con Your Rats Are che proietta in una dimensione aliena e languida, con Dan Littleton degli Ida a doppiare una voce che e’ quasi vagito neonatale. Una canzone che non si dipana, ma si disfa e si adagia nei riverberi del Rhodes e nello sfiorare metronomico della batteria.
Gli strumenti si accumulano e si sovrappongono in una maniera che e’ debitrice di certo rock degli anni ’70, quando non della musica classica. Non disposti gerarchicamente (batteria, poi basso, poi chitarra, voce sopra a tutto) ma intrecciati ed equilibrati a creare un insieme che non conosce piu’ le singole individualita’ e i singoli timbri. Come i Tortoise, quando erano ancora un gruppo serio. O come i migliori Rollerball, a tratti. Basterebbero i primi due pezzi per mostrare la maturita’ di questa artista anche come produttrice. Due brevi strumentali (All Jewels Small e Bowls), posti al centro del disco, servono giusto a confermarlo.
Una manciata di minuti dopo, il disco si conclude con un altro picco memorabile. This Morning manda in loop un riff di chitarra folk e su quell’effetto ipnotico costruisce un molle incedere in trance e New Harm adotta la stessa tecnica per costruire un brano di nuovo solo strumentale. Entrambi i pezzi devono pochissimo al rock: non mi stupirei se da grande la O’Neil passasse alla musica d’avanguardia. A Noise In The Head chiude il disco in puro stile John Fahey.
Con In The Sun Lines siamo in una terra di nessuno che confina con mondi diversissimi e inaspettati. Diane Darby e Roy Montgomery, il Van Morrison di Astral Weeks e i vecchi dischi di new age della Wyndham Hill, i quadretti faheyani di David Grubbs e i Volebeats.
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