Recensioni
Sydney Sibilia
Smetto quando voglio - Ad honorem
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Davide Cantire
- 29 Novembre 2017

Il terzo film co-scritto e diretto da Sydney Sibilia è il culmine di una scommessa. Quella di cominciare a pensare fuori dai soliti schemi nazionali della commedia, di allargare gli orizzonti commerciali del genere e di iniziare anche in Italia a sfornare saghe cinematografiche che portino milioni di persone in sala. Se il primo capitolo di Smetto quando voglio era lontano da tutto ciò, ma gettava già i semi di questa scommessa, l’arrivo del secondo capitolo (Masterclass) l’aveva reso evidente a tutti: narrativamente (grazie al classicissimo cliffhanger all’americana che chiudeva la storia, rimandando al film successivo) e produttivamente (con lo sforzo non indifferente di girare i due film in maniera consecutiva, in modo da abbattere i costi, di certo esosi).
Ebbene, per decretare l’esito di questa scommessa bisognerà attendere il responso del botteghino italiano, il quale stabilirà una volta per tutte se un procedimento di tale portata potrà essere affrontato con minor paura anche da altri produttori intraprendenti, inaugurando così una nuova era per il cinema nostrano più scanzonato; un passo che ci permetterebbe magari di metterci alle spalle il classico cinepanettone natalizio o l’ennesima digressione volgare ancora immancabile sotto le festività. Se dal punto di vista economico, quindi, dovremo ancora attendere qualche settimana (incredibile quanto sia corta oggigiorno la vita di un film in sala), da quello più squisitamente narrativo ci troviamo dinanzi al miglior capitolo della saga, persino migliore del capostipite che, sì, aveva dimostrato di essere a suo modo originale nel panorama cinematografico italiano, ma era vittima di pesanti ingenuità, forse figlie di un’accondiscendenza necessaria ad ogni opera prima.
Ad honorem, invece, dimostra quanto la scrittura di Sibilia, Francesca Manieri e Luigi Di Capua sia migliorata nel corso degli anni (e dei tentativi, compreso il pessimo secondo capitolo). Cambiamenti di tono minimi e un’attenzione maggiore ai cattivi di turno hanno finalmente donato alla saga quell’equilibrio interno perennemente ricercato nelle dinamiche che si intrecciavano tra i vari personaggi, essenziale quando si ha a che fare con film dall’impianto corale. L’incipit, così, non poteva non essere dedicato a Walter Mercurio, creatore di Sopox e ideatore di un oscuro piano criminale con cui ha intenzione di compiere una strage. Man mano che la narrazione procede, e introdotti alla nuova situazione della eterogenea banda di ricercatori, la sceneggiatura insiste sulla genesi del cattivo, da sempre uno dei topoi più interessanti del genere fumettistico e che due attori come Neri Marcorè (di ritorno nei panni del “Murena”) e soprattutto Luigi Lo Cascio riescono ad elevare allo stato di verosimiglianza richiesta dal pubblico contemporaneo.
La scrittura si adagia su due grandi stereotipi come la fuga dalla prigione e il grande salvataggio finale, ma lo fa con uno stile e una solidità visiva mai viste nei precedenti due capitoli. Abbassato il tono esageratamente giallastro della fotografia, la vicenda – seppur del tutto ridicola – assume contorni paradossalmente più accettabili e credibili. Con i virtuosismi ridotti all’essenziale, Sibilia si prende il suo tempo per posizionare nel migliore dei modi le sue pedine, servendosi di una messa in scena curata e con uso ancor più inventivo delle scenografie naturali. Al netto di qualche ammiccamento di troppo alla comicità ingenua di Edoardo Leo, Ad honorem funziona quando capisce di non dover spendere troppo minutaggio nella spiegazione di qualcosa che deve rimanere comunque in-credibile. Insieme al suo successo al botteghino, speriamo anche che Sibilia possa facilmente trovare il suo prossimo progetto e incoraggiare i cineasti della sua generazione a proporre idee senza remore di essere rifiutati.
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