Recensioni
Sydney Sibilia
Hanno Ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883
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Elisa Torsiello
- 15 Ottobre 2024

È un ricettacolo di poteri infiniti la musica. Una nota parte, ed ecco farsi largo un potere apotropaico di esorcismo del dolore, di incubatrice di sogni e culla di aspirazioni; ma la musica è soprattutto gioco di proiezione e perfetta restituzione di un’intera epoca. Quella degli 883 (come dimostra Hanno Ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883) è una musica che vive al suono di tutta quell’essenza che ha fatto unici gli anni Novanta. Un decennio fatto di sogni e disillusioni, di fame e di speranza, di motorini sempre in due, di chiodi in pelle da indossare, dei chupa chups in bocca e dei Crystal Ball con cui giocare. Un decennio che viene sempre più mitizzato, ricordato con nostalgia, richiamato alla mente per essere un momento perfetto in cui “si era felici e non lo si sapeva”.
E non vi era regista migliore di Sydney Sibilia per farsi cantore di quella gioventù apparentemente perduta e ora magicamente riportata tra i fasti del presente. Da sempre sensibile all’idiosincrasia di menti rivoluzionarie ostacolate da autorità respingenti, il regista affida ai propri personaggi il compito di farsi portavoce di continue frustrazioni e desiderio di successo, nonostante le cocenti delusioni.

Lo aveva fatto con la trilogia di Smetto quando voglio, e poi con Mixed by Erry, ma è forse con Hanno Ucciso l’Uomo ragno – La leggendaria storia degli 883 che la sua quest generazionale trova il suo apice. L’ascesa al successo di Max Pezzali e Mauro Repetto è un racconto dove tutto pare possibile perché nato dalla mente di due giovani ordinari, cullati dal desiderio (o necessità) di lasciarsi muovere dal corso degli eventi per trovare il proprio posto nel mondo e conquistarselo a piene mani. Ma se la serie ora disponibile su Sky funziona, è proprio perché vive di quella onestà di racconto che investe i brani degli stessi 883. Repetto e Pezzali non volevano infiocchettare il mondo circostante, o costruire una realtà alternativa; hanno saputo cogliere vizi e virtù, bellezze e dolori della propria realtà traducendola in versi, metafore e associazioni di idee capaci di comunicare ai propri contemporanei, giovani, giovanissimi, e non. Sono stati la bandiera degli anni Novanta, gli 883. Un decennio che di bandiere ne vanta più di una, anche in – ferma – opposizione a questa. Sibilia, sdogana ancora una volta il duo già eroe e progenitore dell’it-pop elevandolo a voce che dentro il coro ha saputo starci benissimo, così da capirlo, comprenderlo e trasformarlo in musica.
Colorati da quella fotografia saturata, tavolozza di colori vividi e accesi, vero marchio di fabbrica dello stile di Sydney Sibilia, Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli perdono la propria essenza per trasformarsi magicamente in Max Pezzali e Mauro Repetto. Accendendo la propria cinepresa, è come se Sibilia riesca a compiere un incantesimo di trasformazione: quelli che si muovono dinnanzi allo schermo sembrano realmente i due protagonisti, nonostante i primi piani sui loro volti denuncino il trucco magico, e rivelino il gioco dell’illusione attoriale. Eppure, è quelli spirito innocente di giovani sognatori, il ritmo di cuori che battono all’unisono per uscire dal guscio e scappare da una Pavia dove “ci sono due discoteche e centosei farmacie”, a far dimenticare l’essenza drammaturgica dell’opera, illudendo lo spettatore di essere tornato indietro nel tempo e rivivere, insieme ai due protagonisti, anni ormai tenuti in un cassetto della memoria e destinati al raccoglitore del passato.

Ciononostante, per quanto tutto voglia ricordarci che quello che stiamo per intraprendere è un viaggio a ritroso, volto a scoprire l’incredibile storia degli 883, capita che ci si scordi che Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883 è la storia di Max Pezzali e Mauro Repetto per diventare la semplice storia di due ragazzi qualunque di provincia e il loro sogno di fare musica. E forse è qui che si nasconde il successo degli 883 e della serie di Sibilia. L’assenza di ogni allusione sonora ai componimenti dei due nel corso delle prime due puntate, a favore di un mixtape musicale composto da brani iconici del tempo, rende ancora più vicini i personaggi ai propri spettatori. Da una parte, Sibilia e i suoi interpreti riescono pertanto a ricucire uno strappo temporale tra quella fetta di pubblico che quegli anni li ha vissuti andando a tempo con la musica degli 883, e allo stesso tempo redige un perfetto coming of age entro il quale un’intera, nuova, generazione può rispecchiarsi, riscoprendo la forza di un gruppo come quello di Repetto e Pezzali.

Non ha bisogno di trucchetti, o di strani sotterfugi, Sibilia per compiere tutto questo: per chi ha il dono di mescolare una buona dose di ironia a sprazzi di storia di vita vissuta (o pseudo tale) il gioco è praticamente fatto. Ciò che ne risulta è una sceneggiatura mai banale, ma coinvolgente, capace di strutturare sia personaggi fortemente caratterizzati dal punto di vista psicologico, che un intreccio dove ogni tassello si incastra perfettamente nel puzzle d’insieme. A tutto questo si aggiunge un montaggio capace di andare a ritmo con la portata degli eventi, o alle emozioni che si vivono sulla scena; è lui la benzina che alimenta una motocicletta ben oliata e pronta a correre sulla strada di una serialità di qualità lungo la quale anche l’Italia ha dimostrato di saper competere. Se questi sono i presupposti, Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883 si appresta a essere una serie che va oltre i confini della biografia seriale per diventare un trattato generazionale di un’epoca che gli 883 hanno saputo raccontare da “Nord, sud, ovest, est”.
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