Recensioni

Dopo aver allegramente fatto parlare di sé con le contaminazioni neo swing del disco di debutto (Swing Circus) e aver collaborato con successo a due colonne sonore, i due producer torinesi Gabriele Concas e Matteo Marini timonieri del progetto Sweet Life Society, cambiano rotta e cambiano (parzialmente) stile. Via tutti (quasi) gli ammiccamenti agli anni ’30 italiani, tanto per cominciare; l’impulso è invece per un suono a vocazione internazionale che mette d’accordo hip-hop e musica da ballo contemporanea (nonostante gli antique beats di cui parla il titolo che pure non mancano). I due titolari dichiarano influenze anni ’90 (la jungle) e 2000 (il big beat alla francese di Chinese Man), ma è soprattutto l’universo nineties nel suo insieme a venir osservato per le sonorità più da club: la drum and bass poppeggiante di No More Lights, le contaminazioni bhangra-trip-hop di una Dreams Are Falling Leaves che ricorda il vecchio downtempo (come pure certi Casino Royale) o Switch On, che da un’atmosfera quasi trickiana si trasforma in una strana jungle con fiati ska. E quando l’hip hop non si lancia sul dancefloor (Oh La La), tocca al passo ragga di Mind o Hard On creare un ponte di ritmo tra Torino, Kingston e Brixton, tra mood festaiolo e un po’ di notturno chill out.
Una volta si chiamava crossover, oggi si dirà forse lo stesso di questo pout-pourri anche linguistico, con tanto inglese, un po’ di italiano e pure un pizzico di romanesco (in Talking Free, featuring Emenél). Sul finale, le due canzoni più canzoni: Landscape e una M’importa della durata di sette minuti che fa un po’ retroremix e un po’ post-Subsonica: eccolo il vecchio swing che ritorna con la sua fanfara un pelo malinconica che prende il largo quando il ritmo forsennato della jungle si stoppa. Vezzo finale su un buon lavoro.
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