Recensioni

6.5

Ciò che aveva reso Loops From The Bergerie un vero must, soprattutto per i non addetti ai lavori, era una bella (e a volte splendida) aderenza tra le sonorità dei New Order più ibizenchi, i Depeche Mode speronati di Enjoy The Silence e le cadenze asciutte dell’House o, in alternanza, della Techno. Tra i killer groove e qualche pop song algida (non sempre favolosa ma tant’è), il gioco d’incastri stereofonico che ti metteva nelle orecchie un groove avvolgente in un canale e una chitarra wave nell’altro, un loop Tunz Tunz da una parte e inserti IDM sottoforma di tastiere vintage e richiami cinematici dall’altra era vincente e avvinceva.

C’erano tanta classe e varietà di soluzioni e di fatto un Sapere dance che dal synth pop (senza dimenticare l’EBM) portava ai Duemila, come se il presente non fosse altro che una deformazione degli anni ’80, oppure semplicemente una continuazione, un decisivo ampliamento tecnologico da un cuore pulsante dell’immediato post-Joy Division.

In Some Other Country il duo cerca di cambiare le carte in tavola e lo fa con coraggio in direzione di un revival che si vuole peculiare. Di primo acchito quello proposto è un revival fatto bene, con James Taylor e David “Brun” Brown a riproporre un menu base fatto di song stilose e House raffinata, in una manciata di beat minimal squadrati e squarciati da brumosi synth e toni anche più scuri rispetto al passato. Ai brani cantati (da sempre gioia e dolore del platter), spetta la consueta sorte: in quattro presenti se spicca definitivamente Richard Davis (il preferito dal duo) con la performance di No Sad Goodbyes (un brano dalla frusta EBM e appeal industrialeggiante dall’ammaliante presa), le cose non vanno altrettanto bene con lo stereotipato Cassy nel falsetto anthemico di Quiet Life (che riprende i New Order calandoli in un tunnel Techno) e nello scialbo episodio a nome Smile And Receive (pur negli ottimi arrangiamenti).

Del resto, è negli strumentali che si gioca la partita: fuori programma per Claktronic, un tribale etnico, ma siamo lontani dalla mitica 8080 del precedente album, del resto ci si accorge presto che è sulla Techno detroitiana più ancestrale che il duo sta puntando. Mai insufficiente, il risultato si piazza su una linea di raffinato mestiere a volte lezioso (So Cheap), come buono (Distress And Calling) o come semplicemente impeccabile (By The Rub Of Love).

Un finale da magazine à la page concluderebbe dicendo “contro il ciarpame della moda minimal oramai imperante gli Swayzak scavano nell’ortodosso credo della città dei Motori”. Ok faranno la felicità dei pescecani in pieno trip Techno ma dal punto di vista della loro produzione, il risultato è un po’ come dire involuzione e poca soddisfazione. Ci aspettavamo di più insomma.

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