Recensioni

Ecco che torna Sven Väth. A più di vent’anni dall’ultimo lavoro in studio, uno dei dj più leggendari al mondo sforna, per la sua Cocoon Recordings, questo Catharsis. Già dal look sfoggiato in copertina troviamo un Väth mistico e leggero, in una ideale levitazione a mezz’aria. Se in questi (quasi) quarant’anni ha saputo incarnare un ruolo, è qualcosa di abbastanza simile a un santone: capace di essere carico a pallettoni in consolle alle 7 del mattino all’Amnesia così come di lasciarsi andare a mood più dilatati e meditabondi.
Catharsis, pur non essendo un best of, ha tutta l’aria di voler riassumere queste due anime di Väth. Si parte – con l’aiuto in produzione di un certo Gregor Tresher – dalla chicca citazionista/nostalgica What I Used to Play, sin dal titolo un rimando al passato. C’è un synth irriverente a colorare un’acida techno e a far da sponda a uno spoken didascalico e (anche qui vagamente mistico/spirituale) sulle «onde sonore che sono diventate il suo DNA». Dopo una tribale e notturna The Worm, ci sono ancora Inner Voice e la successiva title track a mantenere il mood sulla presa bene rilassata da inizio serata: la prima con un mellifluo sberluccicare electro melodico e la seconda nuovamente su binari percussivi ancestrali quando non, questa volta, da stereotipo mediorientaleggiante.
Sono due dei singoli estratti, Feiern e Mystic Voices, a far decollare la scaletta. La prima ci catapulta istantaneamente nel mood degli eterni dj set del tedesco, una boccata d’aria dopo le chiusure pandemiche («Ich will feiern!», ripete, ”voglio festeggiare!”), ma è Mystic Voices a toccare lo zenit nel suo progredire acido virato trance. Poi stacco: in perfetto mood da navigato selezionatore, Väth rallenta nuovamente i giri del motore con Being in Love, necessario ponte distensivo verso una Butoh che si srotola su cigolii detroitiani dipanati verso l’oriente non solo grazie ad arpeggi mistici, ma anche per i vocals di Cana Hatsushiba. Poi giù, nei sotterranei di Nyx, che protraggono l’anima techno più oscura e occludente: sono gli ultimi vagiti di distopia, prima di un quartetto finale fatto di pennellate distensive (The Cranes of Gangtey Valley), ancora banger piacionissimo (ma avercene) per risvegliare la pista (We Are), un onirico breakbeat con pennellate sinfoniche (Silvi’s Dream) dedicato alla compagna di Väth e – a chiudere – il mantra ambient dronico Pantha Rei, che nel titolo così scontato offre la chiave di lettura per un disco che non ha paura dei cliché. Anzi. In un’ora e mezza il vecchio Sven dimostra che lo smalto è tutt’altro che appannato.
Amazon
