Recensioni

6.8

Nel music business accade spesso tutto in fretta. Troppo in fretta. Sembra ieri, ma Suzanne Vega debuttò ormai nel lontano 1985 con un apprezzatissimo album omonimo, lanciato da Marlene On The Wall, e appena due anni dopo si ritrovò tra le star del firmamento internazionale grazie a una canzone, Luka, che l’ha consacrata come cantautrice tra le più intelligenti, colte, raffinate e persino imprevedibili (nascosta dietro quella felice melodia c’era il dramma degli abusi sui minori, con risvolti autobiografici confermati solo in seguito dall’autrice). Fu una bella scommessa, quella dell’inizialmente reticente A&M – già casa di Joan Armatrading, Sting e Joe Jackson – vinta con il bestseller Solitude Standing e uno stile che si distanziava nettamente da quelli che erano i trend del momento; dopo la sbornia del synth-pop, era finalmente tornata una ragazza con la chitarra a proseguire il discorso di Rickie Lee Jones e Joni Mitchell, e nell’era dell’edonismo e della videomusica era riuscita a conquistarsi uno spazio di rilievo nonostante un fascino discreto e una voce spesso sospirata seppur non priva di carattere e personalità.

È tornata alle origini, Suzanne, dopo la piacevolissima sbandata elettronica e spigolosa di 99.9 °F, l’eclettico e seducente Nine Objects Of Desire (entrambi prodotti dall’ex marito Mitchell Froom) e altri due lavori non pienamente compresi dal grande pubblico; nonostante non rinunci a un parterre di ospiti di primo livello (dal bassista Tony Levin a Jay Bellerose, passando per Larry Campbell – collaboratore di lungo corso di Bob Dylan – e il batterista Sterling Campbell), Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles è un disco sobrio, quasi frugale, che cede giusto qualche volta alla voglia di stupire (è il caso di Don’t Uncork What You Can’t Cointain, con un forte sapore paulsimonesco – dalle parti di Me and Julio Down By The Schoolyard – e un sample orientaleggiante di Candy Shop di 50 Cent che conquista il centro della scena) ma che nel complesso torna ad esplorare temi, stili e contesti che ci sono familiari, visti stavolta dall’ottica che non è più quella di una ragazza di talento piena di belle speranze ma di una madre, di una donna dal ricco bagaglio di esperienze che è diventata anche manager e discografica di se stessa, dopo la brusca separazione dalla Blue Note.

Non spaventi il titolo scelto, che può ricordare Tales From Topographic Oceans degli Yes: non c’è alcuna svolta prog in queste dieci tracce che ci accompagnano per poco più di trentasei minuti, ma ancora tanta voglia di raccontare e raccontarsi attraverso metafore, allegorie, rievocazioni, ritratti disegnati con una matita sul pentagramma. Stavolta Suzanne si è fatta suggestionare dai tarocchi e la regina di denari, il matto – nel singolo Fool’s Complaint, la cui melodia cita in un colpo solo (I’ll Never Be Your) Maggie May e Tired Of Sleeping – e il fante di bastoni popolano più di un brano; da consumata storyteller, Suzanne scomoda le figure di Eraclito e di Madre Teresa nella splendida Laying on of Hands ma si mantiene vaga in altri episodi, in altre descrizioni, e si diverte a gettare il sasso e nascondere la mano come in passato. Si riferisce forse a Steve Jobs il passaggio in cui canta “his mission: the transmission of technology” in Portrait of the Knight of Wands? È un Luka cresciuto, quello che parla in Song Of The Stoic? C’entra la fervida immaginazione del Lewis Carroll di Alice nel Paese delle meraviglie in Crack On The Wall? I Never Wear White, col suo furbo riff in odore di Nirvana, è un celato omaggio al suo recentemente scomparso maestro Lou Reed? La Vega ci invita non tanto al disvelamento, quanto a lasciarci conquistare dalle nuove storie sospese tra mondo terreno e soprannaturale (Jacob and the Angel), tra i ricordi di chi ci ha lasciato (Silver Bridge, la There Is A Road dedicata alla memoria di Vaclav Havel) e quella voglia di guardare oltre l’orizzonte che riesce a farci sentire vivi.

Primo album di materiale nuovo in sette anni, dopo la serie di antologie tematiche (Close Up) pubblicate con l’intento di reimpossessarsi del proprio catalogo e un’opera scritta a quattro mani con Duncan Sheik (Carson McCullers Talks About Love), Tales From the Realm Of The Queen of Pentacles osa meno rispetto ad altri dischi di Suzanne Vega ma riposiziona, come è giusto che sia, l’artista newyorchese al centro dell’attenzione generale con canzoni ben scritte e interpretate con la solita classe. Forse è poco per vincere una nuova fanbase, anche se non siamo distanti da alcune cose di Laura Marling e i Mumford and Sons, ma è un ascolto che riempie facilmente il cuore di gioia a chi non ha mai smesso di seguirla.

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