Recensioni

Fare sold out – l’annuncio arriva dalla pagina Facebook di Comcerto – alla decima e ultima data italiana, nel giro di sette mesi, non è impresa da tutti. Ci sono riusciti i canadesi Suuns, forti di un secondo disco – Images du Futur – capace di mettere d’accordo praticamente chiunque e di una consapevolezza dei propri mezzi che dal vivo sembra non conoscere confini. Dopo avere incantato il pubblico italiano a più riprese (al Lanificio di Roma e al Mattatoio di Carpi ad Aprile, all’Hana-bi, alla Mole Vanvitelliana di Ancona e al Radar Festival di Padova a Luglio, all’Ypsigrock ad Agosto) la band guidata dal timbro nasale di Ben Shemie è tornata nel Bel Paese per quattro tappe autunnali: allo Spazio 211 di Torino, al Bloom di Mezzago, al Circolo Degli Artisti di Roma e al Covo Club di Bologna.
Sul palco i Suuns sono una vera e propria macchina da guerra e nell’oscurità del Covo confermano quanto di buono avevamo già potuto apprezzare questa primavera in quel del Mattatoio. Un gruppo atipico, fuori contesto per scelta in quanto libero da qualsiasi limite esecutivo: i quattro non si limitano ad eseguire fedelmente i brani composti nella fino ad ora breve ed eccentrica carriera, ma colgono l’occasione per sperimentare, giocando sui tempi, aggiungendo dettagli o cambiando settaggi, senza paura di suonare imperfetti, nonostante l’elevata preparazione tecnica. Se i Suuns sono dei must see assoluti dei nostri giorni, è anche per questo motivo.
Luci basse, atmosfera tra il lisergico e l’apocalittico, Ben Shemie diviso tra chitarra e voce, Joe Yarmush chino sul basso o a raddoppiare la chitarra, Max Henry ad occuparsi di tutto il reparto elettronico e Liam O’Neill dietro alle pelli a dettare i tempi. Proprio quest’ultimo è l’attrazione principale dei quattro di Montréal: fin dall’iniziale Power Of Ten (dove il nostro tiene tempi funambolici, guardare per credere) è tutto un susseguirsi di ritmi figli di una varietà di soluzioni ed intuizioni difficilmente riscontrabile tra i batteristi in circolazione. Il pubblico apprezza e non di rado si lancia in calorosi boati, sia durante parentesi dancey da far invidia ai Chemical Brothers, sia in apertura dei due passaggi più suggestivi: la fluttuante Edie’s Dream in versione dilatata come tributo a Lou Reed, in una sorta di morphing audio della bassline in direzione Walk on the Wild Side, e la conclusiva Music Won’t Save You, con il suo commovente arpeggio.
Certo, lo slide-acido di 2020 ha ormai sorpassato lo status di culto, rischiando la classica trasfigurazione da stadio (vedi Seven Nation Army) con annessi cori dei presenti, ma quella vista al Covo era una band in stato di grazia, tanto che anche un sempre più Dan Blackiano Ben Shemie – spesso ritenuto l’anello debole del progetto, a causa della fin troppo spiccata somiglianza vocale con Ade Blackburn dei Clinic – riesce a convincere grazie alla magnetica tensione sempre pronta a liberarsi, fatta sfiatare tra i denti da un perfido ghigno.
Con queste premesse non è un azzardo scommettere che, la prossima volta che torneranno da queste parti, sarà per promuovere un disco-capolavoro.
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