Recensioni

7.3

Da sempre i Sursumcorda fanno musica per immagini, ovvero producono soundtrack di ogni ordine e grado (per film, documentari, teatro…). Anche quando hanno tentato la strada della canzone canonicamente intesa sembrava comunque di sentire lo sfarfallìo del proiettore, ambienti sonori che si arricchivano di tensione e lirismo secondo un lessico di inquadrature, montaggio, luce. Un “galleggiare” cinematografico che trovava appigli e spinta nell’impasto di movenze orchestrali, calligrafia autorale e digressioni etno-folk con licenza di esulare jazz.

In questo senso, con Musica d’acqua realizzano l’album che si avvicina più di ogni altro al cuore della loro proposta. E’ una raccolta di undici brani strumentali concepiti per diversi progetti cinematografici e televisivi – tra cui il corto Francesco e Bjorn di Fausto Caviglia e Amir di Jerry D’Avino, lavoro quest’ultimo che li ha visti premiati al Gold Elephant World International Film & Musical Festival di Catania -, diversi quindi per impostazione ma unificati da una stessa visione “liquida”, ovvero mutevole e disposta a diluire suggestioni, radici, coordinate e scenari in misture fluide e suggestive. Un plotoncino di strumenti diversamente esotici (kalimba,  berimbao,  kora, cavigliere, dayan, guzheng, sansula, udu drum…) si accompagna ad archi, chitarre, pianoforte e synth discreti per dare vita a situazioni ibride però mai improbabili, luoghi “altri” che ti invitano a sospendere l’incredulità per l’intensa determinazione e  l’equilibrio visionario.

Chimere stilistiche come Entropia (folk radente da steppa, brezza d’archi letteraria e strane bordature sintetiche) si alternano a ineffabili intrecci geografici come Miraggi (echi d’Asia, mediterraneo, sudamerica e balcani). Per una Amir che procede tra apprensione sospesa quasi Sigur Ros ed epica melò morriconiana c’è il placido intrigo di banjo, hammond e tromba di Red Floyd (come un lirismo blasé pre-sintetico Air). All’eleganza onirica della title-track (pensosità latine e fatamorgane orientali) risponde il valzer asprigno di Behind A Dripping Window e quello sinuoso (splendido il violino) di The Promise Of The Merrow. Disco notevole che consacra il sestetto lombardo tra le migliori realtà italiane.

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