Recensioni

Vocine campionate, suoni giocattolo, synth sci-fi, atmosfere da cartone animato, un paio di lingue diverse, altrettante voci diverse e una bella tonnellata di auto-tune. Alla base un synth pop senza punti di riferimento, un arcobaleno di colori e suggestioni provenienti da Avalanches, Beck, DEVO, Grimes e altri che hanno fatto della commistione audio più visivo un punto di riferimento della loro poetica. C’è un senso nella spensieratezza dei Superorganism? C’è spazio per un pop così slabbrato e policromo da risultare spesso stomachevole? Stando al successo del debutto (al quale non era mancata la nostra critica), agli apprezzamenti ricevuti da Elton John, Vampire Weekend, Frank Ocean e molti altri, pare di sì. World Wide Pop è il titolo del loro nuovo album. Chiaro… ma quanto può essere wide la loro idea di pop?
Quattro anni dopo l’omonimo debutto, le cose non sembrano cambiate più di tanto. Lo stravagante lavoro artigianale, fra sample YouTube e registrazioni della natura in presa diretta, viene affiancato dalle mani esperte di Stuart Price (Madonna, The Killers) e John Hill, a cui si affiancano collaboratori occasionali come Stephen Malkmus, la j-rock band CHAI, la cantante francese Pi Ja Ma, Dylan Cartlidge e Gen Hoshino. Lo stile deve coincidere con l’idea della collaborazione. Non esiste musica se non c’è collettivo. Un collettivo che viene risucchiato nel silicone del virtuale, dei social, del copia-incolla, taglia e cuci, usa e getta.
Vivere il 2.0 e criticarne da dentro la vuotezza. Non una premessa sbagliata. Peccato che la velocità – e quindi la superficialità – del contemporaneo coincida con la velocità e superficialità di World Wide Pop. Tredici brani che si consumano alla velocità della luce senza che nessuno di essi lasci una traccia rilevante. Più interessati ad abbellire che ad approfondire, i Superorganism rischiano spessissimo di perdersi in filtri colorati, GIF, meme e ornamenti inutili. Senza neanche considerare che queste architetture bulimiche del (synth)pop non sono proprio cosa nuova. Impossibile non vedere riferimenti ai Daft Punk di Discovery, ma anche a Flaming Lips, Fiery Furnaces, Teenagers, Justice e altre band che prendono l’estrosità e l’affiancano alla collettività. Al netto della differenza stilistica, è difficile non vedere una continuità con il discorso aperto quest’anno da Wet Leg e Let’s Eat Grandma. Un pop spensierato e un po’ provocatorio, fatto per collezionare visualizzazioni e attenzioni con date di scadenza ben in vista.
E allora, perché non provare a capovolgere la clessidra? Magari leggerci un contro-stile escapista e reazionario che fa della distrazione e della fruizione lampo la propria arma principale. Perché, in fondo, Black Hole Baby suona vecchia e kitsch, è vero, ma anche come una vera e propria celebrazione della fine del mondo, Flying come un’ode romantica presa da qualche anime di serie b, Solar System come una scanzonata glitch-pop dai contorni psichedelici. Mettendoci dentro, magari, anche suggestioni CSS (Teenager, Into The Sun) e Cibo Matto (Put Down Your Phone, crushed.zip), si rischia di trovare in questo album di difficile approccio, la giusta chiave di lettura.
Iper-connessi, hyper-pop, i Superorganism rappresentano bene un certo appiglio sociale contemporaneo. Si prendono poco sul serio, rielaborano idee, più che crearle le semplificano. Senza angolazioni, senza prospettive. Proprio come la generazione che rappresentano. World Wide Pop non manca di groove e la personalità della band (per quanto criticabile) splende in ognuna delle tredici tracce. Sul fondo, ben nascosta, coperta da strati su strati di patina gioiosa e di effettini superflui, sta l’agitazione adolescenziale di questo tempo. Fare leva su quella si può. E forse di questo avranno bisogno in futuro i Superorganism.
Amazon
