Recensioni

Avevamo salutato con approvazione convinta mista a sorpresa – come si può notare dalla vecchia recensione – il ritorno dei Superchunk di quattro anni fa con What a Time to Be Alive, pubblicato a sua volta a cinque anni dal precedente I Hate Music – segno che, dopo aver saltato praticamente tutto il primo decennio dei Duemila, il ritrovato gruppo americano sembrerebbe lavorare di fatto a pieno regime, con scadenze lasche ma regolari. What a Time to Be Alive era un album pieno di grinta, oltre che di melodia, come da copione per la band del North Carolina, almeno nel suo momento di maggior fulgore all’inizio degli anni Novanta, caratteristiche però accentuate dall’urgenza di ribellarsi a uno status quo chiamato Donald Trump, con le armi musicali più appuntite a disposizione: ritmo arrembante, riff che erano pura adrenalina elettrica e un’esplosione di energia punk.
Il mood di Wild Loneliness è decisamente diverso: nato in tempo di pandemia con altri spunti dall’esterno e altre riflessioni ed emozioni – quelle di City of the Dead e Endless Summer, per esempio – magari meno da gridare, questo nuovo disco segna fin dall’inizio uno scarto verso un guitar rock più “tradizionale” – cioè “tradizionalmente” venato di folk e country. Programmatico è l’attacco di City of the Dead: chitarre arpeggiate, ritmo disteso – anche se tenuto comunque sull’attenti dai rimshot – e archi di rinforzo per una ballata in crescendo che aggiunge un puntello di distorsioni e qualche rifinitura psichedelica a un’intelaiatura di base che vira verso un gongolante country-rock. Assolutamente pregevole l’uno-due con Endless Summer, power pop anni ’90 – ma con un retrogusto sixties innegabile – che rappresenta bene l’altro versante del disco, più indie rock in senso canonico, ma sempre con un bel mélange elettroacustico (calibrato dalle chitarre folk che agiscono di supporto alla trama di riff, armonie e incalzamento ritmico di sapore alternative rock dei bei tempi).
Il resto delle dieci canzoni che compongono Wild Loneliness si destreggia, e lo fa invero piuttosto bene, tra lo stile distorto-melodico che rimanda alle origini dei Superchunk e questo contraltare più “classicista”, avvalendosi del contributo di un parco ospiti di tutto rispetto, tra cui vanno citati almeno Norman Blake e Raymond McGinley dei Teenage Fanclub, Mike Mills, Sharon Van Etten e Owen Pallett, e azzeccando diversi inserti strumentali – oltre alle canzoni in cui sono inseriti –, dal piano di On the Floor ai fiati in Highly Suspect (in cui sembra di sentire a tratti l’eco dei Wilco), al sax nella title-track, con giusto qualche sprazzo punk e diverse ballate, tra cui This Night, che sembra voler fare il verso agli Smiths (con un verso di incipit come «take me out tonight» è quasi impossibile non tirare in ballo il gruppo inglese).
Il quadro d’insieme, quindi, parla di un equilibrio suggestivo raggiunto, tra le varie anime dei Superchunk, e potremmo dire dell’indie rock in generale.
Amazon
