Recensioni

In una recente intervista, Thurston Moore ha pirandellianamente liquidato i gruppi che si riuniscono come “nonne con un vestito troppo corto”: non si può tornare giovani e non si può catturare l’energia di quando avevi vent’anni, nella maggior parte dei casi diventa un esercizio che ha più a che fare con il brand che con la band. Poi, certo, ci sono le eccezioni. I Superchunk, ad esempio, che a trentacinque anni dagli esordi sono ancora qui, esattamente come sono sempre stati: forse anche perché la loro presenza odierna non è nemmeno rubricabile alla voce reunion; semmai, il loro è stato un ritorno dopo un lungo periodo di pausa, lungo tutti gli anni 00s, in cui i membri sono rimasti sempre attivi (Mac McCaughan come Portastatic, senza contare l’instancabile e meritoria opera della Merge Records).
Da quando ha ripreso a pubblicare con una certa regolarità, il quartetto di Chapel Hill ha sempre prodotto dischi di livello, grazie a una formula indie-power pop immediatamente riconoscibile e, sorprendentemente, mai stantia: dal comeback Majesty Shredding (2010) al penultimo Wild Loneliness (2022) la qualità è rimasta sostanzialmente costante così come l’attitudine di sempre, ovvero senza far mai rimpiangere quella piccola pietra miliare del college rock che, complice Steve Albini, nel 1991 mise il loro nome sulla mappa, No Pocky For Kitty. Questo Songs in the Key of Yikes (menzione d’onore al calembour) si inserisce in tale traiettoria coerente e feconda e, come l’acclamato What A Time To Be Alive del 2018, affronta con ironia e lucidità l’era Trump: alla rabbia scaturita dal primo mandato subentrano lo sgomento e schifo – yikes! – del secondo (e ahinoi attuale), condensati e compressi in melodie e riff a mano armata, e in ritornelli anthemici tutti da cantare come da scuola pop-core (No Hope, Stuck In A Dream, Bruised Lung, Everybody Dies…); il talento innato nello scrivere hook di presa immediata, in una forma che suona sempre freschissima resta, insomma, insuperato, con il valore aggiunto di un’urgenza che suona davvero autentica.
La scrittura segue tutte le regole del manuale così come tradizione vuole (Husker Dü, Replacements, R.E.M., Dinosaur Jr., Pixies), ma qui, lo sappiamo, non c’è nessun esercizio e nessun brand: solo l’autorevolezza e la fierezza di una grande band che, oggi come allora, ha qualcosa da dire e vivaddio continua a farlo. “Sto provando a preoccuparmi di meno”, canta McCaughan in Care Less cercando di convogliare il senso di impotenza di fronte ai tempi orribili che stiamo vivendo; ma siamo certi che non è così. Per fortuna.
Whatever I do is right / Whatever I do is wrong / Whatever you do don’t waste your life searching for a song (Care Less)
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